Biografia

Sono nata al Monte di Dio, nella Napoli più antica, la Palepoli. La mia casa era nel settecentesco Palazzo Serra di Cassano e tutte le architetture di quella strada, solenni, dalle volte misteriose e dai cortili quasi metafisici esercitarono su di me, fin da bambina, un fascino struggente ma ancora vago. Fu poi il contatto quotidiano, fatto di ammirazione ed invidia creativa, con gli studenti con le cartelle dei disegni sotto braccio che uscivano dal vicino Istituto d’Arte della Solitaria che poco a poco strutturò e diede forma a quelle suggestioni infantili rendendole una passione furibonda. Avrei voluto ardentemente frequentare quella scuola.

Ma mia madre mi “consigliò” (!) di intraprendere gli studi classici. Dovetti obbedire. Alternando Caravaggio a Platone, Giorgione alla sintassi latina, continuai a perseguire la mia passione. A 21 anni mi sposai con Pippo, un ing.siciliano trapiantato a Napoli, che condivideva con me la passione per la classicità e l’architettura. Dal matrimonio ho avuto 4 figli: Lello, Marco, Giorgio e Riccardo. La perdita del 5° figlio, nel 1969, segnò un punto di svolta. Anche per superare il dolore, ripresi in mano la mia vita e decisi di essere la persona per cui mi sentivo nata: l’artista. Non volevo maestri che avrebbero finito fatalmente con l’influenzarmi, consigliandomi (come mia madre anni prima!) cosa fare e dove andare.

 

Quasi lo costrinsi a venire dal plasticatore. E lui, con lapidaria sintesi, sentenziò: “Hai talento. Continua”. Da quell’incontro, quasi estorto, Paolo diventò il mio consigliere: non c’era niente che facessi senza prima consultarmi con lui, mi fidavo ciecamente del suo giudizio, supportato da una intelligenza e da una cultura davvero superiori. Ancora oggi mi stupisce il fatto che proprio a me, autodidatta, egli riservasse tanta attenzione. Non esagero dicendo che per me Paolo, poco a poco, divenne un vero padre elettivo. Ancora non lo sapevo, ma l’incontro con Paolo sarebbe stato foriero di altri fondamentali sviluppi per la mia attività futura. Mi ero iscritta, intanto – correvano i primi anni 70 – alla facoltà di sociologia e dovevo svolgere uno studio sulla psicologia della percezione. Mi recai nella galleria di Lia Rumma in cui J.Coleman esponeva i suoi lavori sulla percezione, appunto. Scrissi la tesina e, come sempre, la sottoposi a Paolo. La lesse e disse: “mettici la data, il nome della galleria e la data di chiusura e portala a “L’Unità”. Il giorno dopo la mia tesina era comparsa nella pagina della critica d’arte.

 

Avevo bisogno di un tecnico, che mi insegnasse semplicemente come tenere in piedi una scultura. Così, iniziai a frequentare la bottega del plasticatore dell’Accademia di Belle Arti, il vecchio De Martino. A lui devo un insegnamento fondamentale, che ha informato tutta la mia attività successiva: egli diceva, come Donatello, che “La scultura non è altro che un passaggio di luce su una superficie” e aggiungeva, come Leonardo, che “la più grande dote di uno scultore è la forza fisica”. La mia prima scultura fu una “maternità”, che poi distrussi. Ma ne seguirono altre. La libertà dai maestri – come tutte le libertà – non è mai un bene assoluto: avevo bisogno di una verifica critica. Non amando le mezze misure, andai a trovare Paolo Ricci, il critico de “L’Unità”, il più “terribile” e autorevole di Napoli, uno che “giudica e manda secondo ch’avvinghia”.

 

 

Da quel momento, 1974, per me così singolare e inatteso, iniziò una collaborazione continuativa con quel giornale che si sarebbe protratta fino al 1983, prima come vice di Paolo e poi, dopo il suo ritiro, come titolare della rubrica, firmandomi con il nome da sposata di Maria Roccasalva. Nel 1980 “Paese Sera” mi chiese di collaborare per la propria pagina di critica d’arte. “L’unità” non ebbe nulla in contrario, a condizione che sull’altro quotidiano mi firmassi con il nome di ragazza Maria di Domenico. Furono anni di lavoro intensissimo: centinaia di articoli per le mostre d’arte, visite agli studi degli artisti, la rubrica fissa e quotidiana sulle gallerie. E, insieme a queste, la mia attività di scultrice, mai messa in disparte. Con la chiusura a Napoli dei 2 quotidiani, terminò anche la mia attività di critico d’arte. Ma il “vizio” ormai incallito della scrittura non mi era passato. Non essendo interessata alla saggistica ma, soprattutto, volendomi concedere la libertà di scrivere per una esigenza creativa personale e non motivata dal lavoro altrui, scrissi 2 romanzi: “La Tebaide sovraffollata” e “Il giardino di carta”.

Ma questa esperienza è stata solo una parentesi, giusto per cimentarmi con un mezzo diverso: la passione per l’immagine ha ripreso il sopravvento. E poiché la “dote” prima dello scultore (la già citata forza fisica) si è ridotta, dipingo quadri di grandi dimensioni aventi come soggetto architetture romaniche, chiese vuote immerse nel silenzio e nell’assenza.

Non posso fare a meno di pensare che questi soggetti di oggi sono gli stessi che suscitarono e promossero la mia passione di bambina.

 

 Forse non è un caso.

Ma questa è un’altra storia.

Biografia

Biografia

Sono nata al Monte di Dio, nella Napoli più antica, la Palepoli. La mia casa era nel settecentesco Palazzo Serra di Cassano e tutte le architetture di quella strada, solenni, dalle volte misteriose e dai cortili quasi metafisici esercitarono su di me, fin da bambina, un fascino struggente ma ancora vago. Fu poi il contatto quotidiano, fatto di ammirazione ed invidia creativa, con gli studenti con le cartelle dei disegni sotto braccio che uscivano dal vicino Istituto d’Arte della Solitaria che poco a poco strutturò e diede forma a quelle suggestioni infantili rendendole una passione furibonda. Avrei voluto ardentemente frequentare quella scuola.

Avevo bisogno di un tecnico, che mi insegnasse semplicemente come tenere in piedi una scultura. Così, iniziai a frequentare la bottega del plasticatore dell’Accademia di Belle Arti, il vecchio De Martino. A lui devo un insegnamento fondamentale, che ha informato tutta la mia attività successiva: egli diceva, come Donatello, che “La scultura non è altro che un passaggio di luce su una superficie” e aggiungeva, come Leonardo, che “la più grande dote di uno scultore è la forza fisica”. La mia prima scultura fu una “maternità”, che poi distrussi. Ma ne seguirono altre. La libertà dai maestri – come tutte le libertà – non è mai un bene assoluto: avevo bisogno di una verifica critica. Non amando le mezze misure, andai a trovare Paolo Ricci, il critico de “L’Unità”, il più “terribile” e autorevole di Napoli, uno che “giudica e manda secondo ch’avvinghia”.

Ma mia madre mi “consigliò” (!) di intraprendere gli studi classici. Dovetti obbedire. Alternando Caravaggio a Platone, Giorgione alla sintassi latina, continuai a perseguire la mia passione. A 21 anni mi sposai con Pippo, un ing.siciliano trapiantato a Napoli, che condivideva con me la passione per la classicità e l’architettura. Dal matrimonio ho avuto 4 figli: Lello, Marco, Giorgio e Riccardo. La perdita del 5° figlio, nel 1969, segnò un punto di svolta. Anche per superare il dolore, ripresi in mano la mia vita e decisi di essere la persona per cui mi sentivo nata: l’artista. Non volevo maestri che avrebbero finito fatalmente con l’influenzarmi, consigliandomi (come mia madre anni prima!) cosa fare e dove andare.

Quasi lo costrinsi a venire dal plasticatore. E lui, con lapidaria sintesi, sentenziò: “Hai talento. Continua”. Da quell’incontro, quasi estorto, Paolo diventò il mio consigliere: non c’era niente che facessi senza prima consultarmi con lui, mi fidavo ciecamente del suo giudizio, supportato da una intelligenza e da una cultura davvero superiori. Ancora oggi mi stupisce il fatto che proprio a me, autodidatta, egli riservasse tanta attenzione. Non esagero dicendo che per me Paolo, poco a poco, divenne un vero padre elettivo. Ancora non lo sapevo, ma l’incontro con Paolo sarebbe stato foriero di altri fondamentali sviluppi per la mia attività futura. Mi ero iscritta, intanto – correvano i primi anni 70 – alla facoltà di sociologia e dovevo svolgere uno studio sulla psicologia della percezione. Mi recai nella galleria di Lia Rumma in cui J.Coleman esponeva i suoi lavori sulla percezione, appunto. Scrissi la tesina e, come sempre, la sottoposi a Paolo. La lesse e disse: “mettici la data, il nome della galleria e la data di chiusura e portala a “L’Unità”. Il giorno dopo la mia tesina era comparsa nella pagina della critica d’arte.

Da quel momento, 1974, per me così singolare e inatteso, iniziò una collaborazione continuativa con quel giornale che si sarebbe protratta fino al 1983, prima come vice di Paolo e poi, dopo il suo ritiro, come titolare della rubrica, firmandomi con il nome da sposata di Maria Roccasalva. Nel 1980 “Paese Sera” mi chiese di collaborare per la propria pagina di critica d’arte. “L’unità” non ebbe nulla in contrario, a condizione che sull’altro quotidiano mi firmassi con il nome di ragazza Maria di Domenico. Furono anni di lavoro intensissimo: centinaia di articoli per le mostre d’arte, visite agli studi degli artisti, la rubrica fissa e quotidiana sulle gallerie. E, insieme a queste, la mia attività di scultrice, mai messa in disparte. Con la chiusura a Napoli dei 2 quotidiani, terminò anche la mia attività di critico d’arte. Ma il “vizio” ormai incallito della scrittura non mi era passato. Non essendo interessata alla saggistica ma, soprattutto, volendomi concedere la libertà di scrivere per una esigenza creativa personale e non motivata dal lavoro altrui, scrissi 2 romanzi: “La Tebaide sovraffollata” e “Il giardino di carta”.

Ma questa esperienza è stata solo una parentesi, giusto per cimentarmi con un mezzo diverso: la passione per l’immagine ha ripreso il sopravvento. E poiché la “dote” prima dello scultore (la già citata forza fisica) si è ridotta, dipingo quadri di grandi dimensioni aventi come soggetto architetture romaniche, chiese vuote immerse nel silenzio e nell’assenza.

Non posso fare a meno di pensare che questi soggetti di oggi sono gli stessi che suscitarono e promossero la mia passione di bambina.

 

 Forse non è un caso.

Ma questa è un’altra storia.