Maria Roccasalva

 

Formato:14,5x21,20

Pagg.554

 

978-88-7937-484-2

€ 19,00

 

Rassegna stampa

«Ricorda sempre, Alarico: il Danubio non parla latino», aveva detto il vescovo con la sua abituale gravità al momento di accogliere il ragazzo. Raccomandazione superflua, perché Alarico come tutti i giovani di ogni tempo, amava solo miti di potenza. E Roma era il mito più grandioso. Ma gli era drasticamente vietato di indulgere al suo fascino: un goto doveva mantenersi puro.

 

Titolo provocatorio per un romanzo che ha per protagonista un fiume, e antagonisti due amici-nemici, ciascuno dei quali ancorato alle proprie certezze.

Il patrizio romano Teodato, convinto che il latino rappresenti l’essenza della civiltà, non esita ad adoperare qualunque mezzo pur di tramandarlo. Suo leale avversario è il goto Wulfila, che nella lingua latina individua il principale veicolo di dominio culturale e politico dell’Impero, nonché un freno al libero progresso delle genti. Per sottrarre il suo popolo all’egemonia del latino, Wulfila costruisce dal nulla una nuova scrittura per tramandare in gotico non solo le gesta, ma anche la fede dei Barbari danubiani.

 

L’epoca in cui si svolgono gli avvenimenti narrati, è il IV secolo, e il luogo è appunto il Danubio, limes per definizione, perché la riva destra appartiene alla romanità, mentre al di là della sinistra si estende un misterioso quanto vago Barbaricum. Il Danubio rappresenta la divisione creatasi in seno all’Impero Romano: a Occidente, la Chiesa cattolica che vuole dominare sull’imperatore; a Oriente, il divinizzato sovrano che aspira a sottomettere la stessa Chiesa, creando le basi di quella teocrazia che ancora oggi tanti problemi pone.

 

Tra questi poli in conflitto si inserisce il cristianesimo ariano di Wulfila, apparentemente democratico, in realtà fondato sulla purezza della stirpe, sul senso dell’onore e sul modello dell’Uomo-Dio al quale tutti devono uniformarsi. Tale fede, riconoscendo nel Figlio soltanto un Superuomo non dotato dell’identica sostanza divina del Padre, suscita giustificate inquietudini nel romano Teodato. La matrice razionale e idealistica della nuova fede potrebbe infatti rivelarsi una pericolosa miscela ideologica, capace di generare prima o poi temibili forme di totalitarismo.

 

Il Danubio diventò pertanto l’involontaria e invalicabile linea di confine culturale degli stessi popoli europei, ostacolando la comunicazione tra occidentali e orientali.

Perfino al giorno d’oggi si manifestano le conseguenze di questa scissione.

Maria Roccasalva

 

Formato:14,5x21,20

Pagg.554

 

978-88-7937-484-2

€ 19,00

 

Rassegna stampa

«Ricorda sempre, Alarico: il Danubio non parla latino», aveva detto il vescovo con la sua abituale gravità al momento di accogliere il ragazzo. Raccomandazione superflua, perché Alarico come tutti i giovani di ogni tempo, amava solo miti di potenza. E Roma era il mito più grandioso. Ma gli era drasticamente vietato di indulgere al suo fascino: un goto doveva mantenersi puro.

 

Titolo provocatorio per un romanzo che ha per protagonista un fiume, e antagonisti due amici-nemici, ciascuno dei quali ancorato alle proprie certezze.

Il patrizio romano Teodato, convinto che il latino rappresenti l’essenza della civiltà, non esita ad adoperare qualunque mezzo pur di tramandarlo. Suo leale avversario è il goto Wulfila, che nella lingua latina individua il principale veicolo di dominio culturale e politico dell’Impero, nonché un freno al libero progresso delle genti. Per sottrarre il suo popolo all’egemonia del latino, Wulfila costruisce dal nulla una nuova scrittura per tramandare in gotico non solo le gesta, ma anche la fede dei Barbari danubiani.

 

L’epoca in cui si svolgono gli avvenimenti narrati, è il IV secolo, e il luogo è appunto il Danubio, limes per definizione, perché la riva destra appartiene alla romanità, mentre al di là della sinistra si estende un misterioso quanto vago Barbaricum. Il Danubio rappresenta la divisione creatasi in seno all’Impero Romano: a Occidente, la Chiesa cattolica che vuole dominare sull’imperatore; a Oriente, il divinizzato sovrano che aspira a sottomettere la stessa Chiesa, creando le basi di quella teocrazia che ancora oggi tanti problemi pone.

 

Tra questi poli in conflitto si inserisce il cristianesimo ariano di Wulfila, apparentemente democratico, in realtà fondato sulla purezza della stirpe, sul senso dell’onore e sul modello dell’Uomo-Dio al quale tutti devono uniformarsi. Tale fede, riconoscendo nel Figlio soltanto un Superuomo non dotato dell’identica sostanza divina del Padre, suscita giustificate inquietudini nel romano Teodato. La matrice razionale e idealistica della nuova fede potrebbe infatti rivelarsi una pericolosa miscela ideologica, capace di generare prima o poi temibili forme di totalitarismo.

 

Il Danubio diventò pertanto l’involontaria e invalicabile linea di confine culturale degli stessi popoli europei, ostacolando la comunicazione tra occidentali e orientali.

Perfino al giorno d’oggi si manifestano le conseguenze di questa scissione.