Il Giardino di Carta

1993

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La forza visiva dell’artista in un bianco. Il  Giardino di Carta: una ricerca sul culto della bellezza - Francesco Lucrezi

Napoli metropoli, 27.03.1993

 

Indubbiamente il “Giardino di Carta” di Maria Roccasalva (Books & News, Foggia) rappresenta un momento culminante nella feconda e poliedrica attività dell’artista napoletana: un momento di felicissima e singolare sintesi fra esperienze espressive variegate (l’autrice è, oltre che narratrice, raffinata scultrice, pittrice e critico d’arte), punto d’approdo di una ricerca pluridecennale che è insieme ilare e inquieta, febbrile e giocosa. Efficace chiave di lettura per l’inconsueto romanzo possono essere le parole pronunciate, il mese scorso, dalla stessa Roccasalva, in occasione della presentazione del libro. “Si avverte l’esigenza – disse l’autrice – di una maggiore presenza degli artisti figurativi nel campo della narrativa, in quanto solo essi riescono a tradurre, nel campo letterario, la forza visiva delle loro immagini”. Questa traduzione nel “Giardino di Carta”, è talmente piena e riuscita da dare l’impressione di un vero e proprio affresco di duecento pagine, di una grande traslitterazione di immagini. Sono vividi quadri quelli che su succedono nei capitoli del libro, (intitolato: "Notte”, Alba”, “Pomeriggio”, Crepuscolo”, “Tramonto”, "Scirocco”), e sono immagini palpitanti le citazioni dai tragici Greci, (Euripide, Eschilo, Sofocle), posti in epigrafe a ciascuno di essi, così da trascinare il lettore, immediatamente, nei colori e nei suoni di un iridescente e sanguigno teatro. Libro della memoria, "Il Giardino di Carta", a differenza delle varie ricerche di stampo proustiano, un libro “contro il tempo”, alla riscoperta di un passato sepolto. Il passato non ha bisogno di essere seppellito, perché non è mai trascorso, e il tempo non può offuscare niente, perché non esiste. Significative, in tal senso, le parole poste in apertura del libro: “I basoli sconnessi, le crepe, il giallo carnoso del tufo, le lacerazioni impudiche dell’intonaco, gli usci pesanti dei bassi, le finestre squinternate, i muri trasudanti i fasti di una miseria lussuosamente esibita e ignara della povertà riservata e anonima: tutto io rivedo nitido e splendente: Il tempo non ha offuscato niente”. Protagonista del libro, dunque, non è il passato, non è il tempo: è la bellezza. E’ la ricerca, il culto della bellezza che giustifica il vivere, che alimenta la linfa vitale, l’insaziabile pianta umana: ed è la caduta della bellezza che trascina l’uomo nella cenere, nel torpore dei sensi e dell’anima. Straordinaria la lucidità autobiografica della pagina in cui l’autrice rievoca la sconfitta, l’annichilamento fisico ed esistenziale del padre: “Con l’aspetto dimesso faceva la fila, la gavetta in mano, mendicante tra i mendicanti”. Un padre che le aveva insegnato "a sperimentare le cose non sotto forma di possesso, ma sotto forma di bellezza". Ma la figlia si ribella, reagisce. Non accetta un destino che vorrebbe piegare anche lei: “Io non volevo sostituire lui dentro di me, ma dovevo trovare qualcosa che lo continuasse, che diventasse per me quello che lui era stato e non era più: un sobillatore di sogni. Era spiritualmente morto, ma io ero viva”. Venerare la bellezza, dunque, custodirla, preservarla dalla corruzione dell’universo. E’ questa, per Maria Roccasalva la via d’uscita, la “morte della morte”? Più che una soluzione, essa pare una sfida, la scommessa folle di chi non teme la morte, perché accecato da un’eterna giovinezza (“Io la morte non volevo ingannarla: l’amavo. I giovani sono immortali”- racconta la scrittrice. Nessuna sicurezza, dunque, nessuna consolazione: solo la risposta rischiosa al canto delle Sirene da parte di un Ulisse senza alcuna cera nelle orecchie. Il “Giardino di Carte” della memoria è uno scrigno prezioso ma infido: “E’ una minaccia continua, un giardino di carta: basta una scintilla a trasformarlo in un rogo, ma senza lo spettro di un rogo che brucia, che senza avrebbe il senso di libertà?”

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Il Mattino, ??.??.1993 - Un libro metafora sulla verità - Daniela Ricci

 

Delirio, visioni mistiche e follia. Un mondo fantastico, metafora dell’immaginario, per andare oltre la realtà. Personaggi che vivono ognuno una singolare pazzia, unica salvezza e unica maniera per eludere la morte. Uomini e luoghi descritti in una forma letteraria fissa ed impenetrabile davanti agli eventi che, come in una vera e propria “rappresentazione” narrativa ora farsesca ora drammatica, richiamano l’attenzione sulla tragicità dell’esistenza e dove parole e pensieri girano su se stessi dando l’idea di un’opera “circolare”. E’ questo il filo conduttore de “Il Giardino di Carta” (Books & News Editori) della scrittrice-scultruce Maria Roccasalva. “E’ una storia – ha detto Ermanno Corsi - senza trama, con una coralità di personaggi e delle loro resistenze realizzata con insinuante introspezione, e dove coesistono unità e frammenti, ragione e follia.  E poiché un libro si porta dentro più di un foglio, già si immagina il difficile e profondo percorso dell’autrice nel portare a termine il suo “Giardino di carta”. L’itinerario narrativo parte dal chiostro di S. Anna di Palazzo, dove “gli storpi rimangono storpi, gli sciancati sciancati, dove l’unico miracolo è sopravvivere”, e dove una bambina, l’autrice, cresce leggendo avidamente per poi scoprire pian piano le sue origini e la realtà dei suoi familiari “tutti folli”, la stessa realtà che rimuove e rincorre nei sei distinti capitoli che rappresentano l’arco di una giornata e che simboleggiano il cosmo. C’è la Notte, e i ricordi collegati alla vita del chiostro del “Giardino di Carta": i fiori si decompongono prima di sbocciare, e in un giorno di pioggia si dissolve anche l’infanzia dell’autrice. Segue l’alba, il pomeriggio, il crepuscolo, il tramonto e lo scirocco, che non è un vento, ma una vera e propria cappa che soffoca Napoli e i suoi abitanti

 

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Il Roma ??.??.1993 - Scandalo in scena a Villa Patrizi: Un distinto signore accusa di volgarità  “Il Giardino di Carta” - Riccardo Notte

 

La scenetta è singolare: fuori tempo, si direbbe. Sul palcoscenico del teatrino della storica Villa Patrizi, due attori recitano alcuni brani tratti da “Il Giardino di carta” ultimo romanzo di Maria Roccasalva. Gli attori sono bravi, l’ambiente è rilassato e abbastanza raffinato. Trattasi, infatti, di una presentazione riservata a un ristretto numero di conoscenti. Accade però che gli attori – in quell’ambiente così raccolto e familiare, comincino a recitare un brano invero pesantuccio, là dove viene introdotta la figura di un anziano nonno: un pasticcere della Napoli che fu, il quale fra un babà e un bignè trova il tempo di profferire scurrilità di ogni tipo: Specialmente coloratissime bestemmie. A un certo punto, nella platea, un distinto signore, in piedi, protesta a viva voce: “E’ uno spettacolo blasfemo!”, dice. “Non si invita la gente ad ascoltare simili volgarità”. Gli attori sono sconcertati, ma tirano avanti con stoica determinazione. “Vi denuncerò per oltraggio”, minaccia il signore. “Oltraggio è il suo comportamento!” gli risponde un altro che, visto da lontano, sembra vestito da prete. Un prete difende i bestemmiatori? La quasi tonaca nasconde il gallerista Peppe Morra. Lo stesso che, venti anni fa si vide recapitare i carabinieri in galleria perché si vociferava che le performances del pittore austriaco Hermann Nitsch, fossero in realtà messe nere. “Siamo alle solite”, tuona il pittore Tony Stefanucci, “vizi privati e pubbliche virtù”. Ormai la platea è divisa. Ma chi è il distinto signore? Nientemeno che il duca Gianandrea di Cumia, Un paio di considerazioni, però sono d’obbligo. In primo luogo Maria Rooccasalva può oggi vantare qualcosa che sembrava svanito dalle scene: la contestazione. L’accusa è però fra le peggiori; vilipendio della religione. E certo, anche Socrate fu accusato di empietà. Ma fu egli un empio? E certo, anche Carmelo Bene è stato dichiarato un blasfemo. Ma non l’ha forse meritato? Se poi si scava fra i maestri della provocazione artistica, scopriamo che Marinetti se la prese anche col papa. Ma non coi santi. E non a suon di bestemmie. E in tarda età scrisse perfino un “europoema di Gesù”.  La seconda considerazione riguarda il pericolo della contaminazione fra un medium e l’altro. Si dirà: che c’entra? C’entra eccome. Il libro, un romanzo della fattispecie, è destinato a un pubblico di solitari, e nella solitudine del silenzio viene letto e meditato. Affidato, invece, alla voce di un attore, il messaggio scritto ed estrapolato da un romanzo si carica di potenzialità espressive del tutto inattese. Scrivere “per il teatro” significa, infatti, tener conto di una finzione in più: quella che risiede nel diretto coinvolgimento emotivo degli spettatori. Da qui l’equivoco. E infatti, il personaggio del nonno è anche positivo. Egli è un amante del bel canto e della cultura e spinge la precoce nipotina ad apprezzare il teatro. Quest’ultima, che è poi l’io narrante, riferisce ciò che ha ascoltato. E si sa che la “relata refero” non implica necessariamente assenso. Infine, il libro è ben più che un sequenza di improperi, ma questo, il nostro duca, come poteva saperlo?

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Rivista Tholus - Davide Grittani

 

I ricordi, i colori, i profumi e l’infanzia come momenti culminanti della feconda e originale forza narrativa della scrittrice napoletana.

 

Metti un chiostro, una memoria popolare, il sentimento limpido della fanciullezza, la serpeggiante iniziazione di una sfrontata giovinetta. Questo ed altro è contenuto nel cilindro de "Il Giardino di Carta". Quando lo lessi per la prima volta, magari impigrito dal titolo un po’ candido e soufflé, non mi parve un granché di romanzo. Fu la saggia abitudine di rileggere i libri a salvarmi da quella imperdonabile svista, così alla seconda scorsa delle pagine scoprii,  come per trapianto, che il romanzo "poteva" con un cuore tutto nuovo, vermiglio, eccitante. Addirittura sfrontato e provocatorio: L’autrice, Maria Roccasalva da Napoli, ha seminato lungo le duecento pagine una serie infinita di orti campani, di giardinetti provinciali, in cui la memoria corre il rischio di annegare, tanti sono gli avvenimenti che si succedono. La potenza del libro è proprio questa. Non c’è eccessiva azione – più che altro una kermesse  di atomi pindarici – non c’è sconfinato trasporto lungo le viscere di una narrazione d’avventura… non c’è niente di tutto questo, eppure il testo, orgogliosamente, inchioda alla pagina il lettore. Forse proprio questo particolare mi trasse in inganno alla prima lettura. L’attendere, come chissà quanta altra parte dello Stato dei lettori, una vicenda, uno spionaggio, un arresto, un cadavere che sarebbe stato in casa in questa ormai lugubre selva di morti. Tuttavia, protagonista del libro non è il passato, è la bellezza. Il ricordo di un telo nel cortile è il pretesto per una soluzione che tende a eternare il vissuto tramite le pagine. I personaggi, prima piccoli e insicuri, poi giganti nella cabala narrativa, sono il corollario necessario per il giardino di carte della memoria. E’ un libro contro il tempo, alla riscoperta di un passato-presente; la narrazione si snoda fluida, variopinta come un grande affresco, grazie alla forza visiva ed evocativa delle immagini. Lo stile è fatto di felici compromessi fra linguaggio domestico, colloquiale e lingua alta. "Io la morte non volevo ingannarla. L’amavo – i giovani sono immortali, e cosè decisi di trovare un varco in quelle crepe di tufo. Evasi, complice il mio Giardini di Carta". Siamo alla prima pagina del romanzo. Qualche riga dopo l’incipit e nella scrittura della Roccasalva già si annida il lavoro devastante del narrare.  "Il Giardino di Carta" è un libro evocato e non detto, che si aggira nella metafora, nell’ambiguità del frastuono partenopeo, nelle case chiuse e sigillate del palcoscenico genuino racchiuso dentro al chiostro. Il Libro è tempestato di  personaggi altamente educativi, la cui positività entra ed esce dal testo con ampio margine di dubbio (l’ambiguo di cui sopra) senza però dare adito al sospetto di nessun abbandono. "Talvolta i suoi racconti mi riuscivano incomprensibili; io per lei, non ero una bambina di sette anni, ero una persona che l’ascoltava. Non importa che non capissi nulla, l’importante era che vedessi la scena, con la sua atmosfera e i suoi colori foschi e giocondi":

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Leggere, Nov.1993 - Romanzi italiani Michele Rak

 

…La città è invece presente con cortili, corpi e il suo denso parolato ne "il Giardino di Carta" di Maria Roccasalva (Books & News, Foggia) Un telone che raffigura un giardino usato per avanspettacolo. E’ la prima visione che rivela il mondo a una bambina che abita in uno degli stupefacenti palazzi della Napoli Antica, Se il mondo è uno scenario, il dramma della vita è il teatro. La costruzione di questa idea della scrittura, è avvenuta con la collaborazione degli dei del focolare domestico, La madre che le ha insegnato che non è possibile scrivere se non si padroneggiano i sentimenti, insultava Teresa Raquin e la Karenina come fossero sue amiche di facili costumi. La nonna faceva la sarta di teatro, la zia era analfabeta e compositore in tipografia, il padre era un fascista massone cattolico che con la sua squadra requisiva i libri proibiti, che avrebbero dovuto essere portati al comando e bruciati, ma che lui portava a casa alla bambina. Questo romanzo racconta la storia di un’artista che cerca e trava le sue ragioni d’arte in questa educazione popolare napoletana. La sua vivacità e pressione produce la Napoli che rimane misteriosa a politici, giornalisti e scrittori. E’ un pellegrinaggio verso il cortile dove ha preso forma questa scrittura femmina con le atmosfere, gli odori, il parlato teatrale dei marginali nascosti nel cuore della città.

La Tebaide Sovraffollata

 

Il Mattino, 07.05.1991 - Alice nel paese dei dannati - di Daniela Ricci

 

Napoli città perduta. A palazzo Serra di Cassano La Capria e Masullo hanno presentato il libro di Maria Roccasalva “La Tebaide sovraffollata”. I santi l’hanno abbandonata, nonostante la miriade di altari, altarini e chiese, gli uomini la stanno distruggendo: Per lei non c’è altra salvezza che rivolgersi ai demoni. Anima dannata, la città di Napoli diventa protagonista insieme con i suoi monumenti, castelli e strade antiche di un “rappresentazione” letteraria con l’obiettivo di richiamare l’attenzione sui suoi angoli più profondi, trasgressivi e nascosti. I più belli. Delirio, visioni mistiche e follia, vengono raccontati con uno stile estremamente personale che ricorda due correnti diverse eccezionalmente fuse insieme in un armonico e curioso “rococò- new. Wave”, in una simbiosi metafisica. E’ questo il satanico filo conduttore del testo della scrittrice-scultruce Maria Roccasalva che ha “creato” parole dedicate alla Napoli abbandonata da Dio, dai santi e dall’uomo, intitolato “La Tebaide Sovraffollata”. Un deserto di anime disperate alle quali non è servito a nulla alzare gli occhi al cielo e alle quali non rimane altro che abbassarli verso gli oscuri abissi chiamando in aiuto non le troppo banali forze del male, ma le forze occulte della creazione. Un mondo trasversale e inquietante, che non poteva essere rappresentato se non richiamandosi a quello stile barocco che, come ha sottolineato Raffaele La Capria alla presentazione, del libro all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, è riuscito a dare perfettamente l’idea di un’opera “circolare”: dove parole, pensieri e rappresentazioni girano intorno a se stesse mordendosi la coda come in un “bolero di Ravel”. “Più che Napoli e i suoi luoghi – continua La Capria – ciò che affascina è la scrittura. Una sorta di barriera corallina immersa in un attonito silenzio che nasconde un pullulare di attività. Un viaggio come quello di Alice nel Paese della psiche dell’autrice, tutto è scrittura, niente è realtà”. Castel dell’Ovo, il Camposanto delle Fontanelle, il  Maschio Angioino, il Centro Storico, il Tribunale, la Galleria, diventano personaggi “in cerca di scrittore” per raccontare in prima persona il degrado abissale in cui sono caduti. Il libro, opera prima pubblicata dalla editrice Soncino  e presentato anche da Amelia Corte Ardias, da Aldo Fasullo, Riccardo Dalisi e Paolo Apolito, ha offerto innumerevoli spunti per letture di brani eseguite da Pino De Stasi e Antonella Stefanucci, e numerose interpretazioni. Napoli intesa come soggetto pensante, come. “un essere a cui manca l’unità, ma eterno e immutabile”, ha commentato il professor Masullo. Una Napoli, in definitiva, vista in chiave metafisica, una città assediata dalla storia e dai suoi abitanti posseduti dai demoni, così come l’ho definita la stessa autrice in una sala eccezionalmente gremita.

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Il Roma, 05. 05.1991 - Sul libro della Roccasalva: i demoni di Napoli - di Sandra Di Stefano

 

Metti un pugno di intellettuali e di artisti, in una sala gremita di un antico palazzo napoletano. Tre relatori eccellenti, La Capria, Masullo, e Dalisi, intervengono a turno per presentare  “La Tebaide sovraffollata”, il libro di Maria Roccasalva, critico d’arte e scultrice come si definisce nel breve intervento a conclusione della presentazione. Moderatore, l’elegante e sintetica Amelia Cortese Ardias. Fin qui non ci sarebbe nulla di eccezionale, se non fosse per il tema trattato: Napoli e le sorti di Napoli. Roccasalva si dichiara, riferendosi alla sua opera, “un’artista che ha preso le parole e le ha lavorate”. “Quando lavoro, disegno dei labirinti con la penna, seguendo dei riti propiziatori fino ad arrivare all’opera completata – confessa l’autrice – attraverso questo primo contatto con la narrativa vorrei riuscire ad arrivare alla verità” (…) Il gioco dei contrasti che si legge anche nelle parole di Roccasalva,  tra gli alti e i bassi, le carverne e i quartieri nella specularità tra concavo e connesso, è un gioco al quale nessuno di noi riesce a sottrarsi. Il nostro vivere quotidiano contiene in sé tutte le forme possibili del vivere, in cui soltanto la nostra coscienza civile può svegliare l’ottimale. La fortissima tensione nella difesa attiva delle strutture della città contro chi ne vuol fare oggetto di rapina richiede una efficienza che ha bisogno di un unico input: la decisione.

Nowhere no War

Delitto a costantinopoli

 

 

IL MATTINO - 10 Settembre 2008

Costantinopoli La doppia verita

 

È di sicuro un singolare romanzo, questo Intrigo a Costantinopoli con cui Maria Roccasalva, napoletana, con un lontano passato di critico d'arte, fa il suo esordio nella narrativa. Singolare per l'ambientazione - la Costantinopoli dell'Impero d'Oriente, e poi Roma e Milano -, per l'accuratezza della ricostruzione storica, per la consapevole disinvoltura con cui affronta complicate questioni teologiche e filosofiche, per l'aggrovigliatissimo plot che per nulla nuoce, peraltro, alla leggibilità del libro.

Gran parte del romanzo si svolge nel IV secolo a Costantinopoli, capitale dell'intrigo, della capziosità, di tutto ciò che si sarebbe definito poi bizantinismo. Protagonista è il medico ebreo Eliezer, distolto dai suoi

 

studi e da una vita tutto sommato serena, condotta con moglie e figlio, dalla morte improvvisa del vescovo ariano Wulfila, avvelenato non si sa da chi e per ordine di chi. Un po' per scrupolo professionale, e ancor più per venire a capo di un mistero che lo riguarda personalmente, Eliezer s'imbarca in un'investigazione a tut-to campo che lo porta più voltè a un passo dalla morte. In un ambiente nel quale ognuno dei protagonisti fa come minimo il doppio o triplo gioco, dove il veleno scorre a fiumi e tutti sono possibili vittime dell'arbitrio di chi è appena un poco più potente, l'impavido medico cerca in tutti i modi di venire a capo dell'intrigo che ha portato alla morte del vescovo, «colpevole» di aver dato una lingua al suo popolo, i Goti, con tutto quello che un'impresa del genere inevitabilmente comporta.

È una battaglia senza esclusione di colpi, quella che si combatte sulle rive del Bosforo, coinvolgendo l'eunuco Proconio, preposto al sacro cubicolo, funzionari corrotti, sicari prezzolati, servizi segreti, preti fana-tici e dignitari sempre pronti al tradimento: l'Impero, che sente prossima la fine, ha bisogno di imporre una sua Verità, mentre per le fazioni in cui già si dividono e si combattono le diverse confessioni cristiane è questione di vita o di morte prendere il sopravvento sugli avversari. Prima nella stessa Constantinopoli, poi nel paese dei Goti, e infine a Roma e a Milano, il saggio Eliezer, assumenndo i più diversi travestimenti, trasformandosi in ambasciatore, retore greco, o curando gli ammalati riuscirà alla fine a sciogliere, almeno in parte il mistero, accumulando nel frattempo un tale disgusto da indurlo, quando tutto sarà finito, a scegliere di vivere fuori dai confini dell'impero, già consapevole del resto che le vicende dello storia hanno condannato lui e la sua gente a non avere una patria.

La Roccasalva, per comporre il suo affresco storico, ha mescolato sapientemente ingredienti assai diversi: il romanzo giallo e di spionaggio, il feuilleton ottocentesco, la disputa filosofico - religiosa, l'avventura, disegnando i tratti di un mondo remoto, ma che spesso mostra sconcertanti analogie con quel che accade oggi. E questo naturalmente dà ulteriore sapore alla lettura. Intrigo a Costantinopoli, c'informa una nota editoriale, è la prima parte di una trilogia alla quale l'autrice ha lavorato per tredici anni.

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LA REPUBBLICA - 29 NOVEMBRE 2008 (Lucilla Fuiano)

Il lungo viaggio di Eliezer alla ricerca della casa intrigo a Costantinopoli tra vecchi e nuovi barbari

 

Un medico ebreo di nome Eliezer indaga sulla morte sospetta di un vescovo goto di fede cristiana ariana chiamato Wulfila. Uno scenario storico complesso dove rivaleggiano eresia e ortodossia cattolica, tra funzionari corrotti, oscuri maneggi e credenze popolari. Una rivisitazione romanzata dei conflitti e delle tensioni nella Costantinopoli del IV secolo, crocevia tra la cultura di Atene e di Gerusalemme e punto di scontro tra l' atmosfera decadente dell' Impero Romano d' Occidente e quella ambiziosa dell' Impero d' Oriente. Ecco alcuni degli ingredienti di questo romanzo storico intitolato "Intrigo a Costantinopoli" di Maria Roccasalva. Il testo è parte di una trilogia che ha impegnato I' autrice per oltre tredici anni. Il linguaggio molto ricercato e le descrizioni accurate contribuiscono a ricostruire gli scenari esotici dell' Impero d' Oriente. Cui si contrappone un Impero d' Occidente asfittico, pieno di intrighi e superstizioso, perché come riflette Eliezer "l' Italia è terra di miti, mostri e disastri, ma la natura non ha niente di placido, nemmeno la propria bellezza". La narrazione procede ora adagio ora più rapidamente, sorprendendo continuamente il lettore con colpi di scena: il viaggio esplorativo compiuto da Eliezer per ricostruire il mistero di quella morte non casuale diviene contemporaneamente un viaggio personale del protagonista e del lettore sul mistero delle origini e sulla ineluttabilità del destino. Il romanzo risulta così più che mai attuale, sia per le domande che pone sia per le risposte lasciate aperte nel finale. Attuali sono infatti i conflitti religiosi tra est e ovest, lì dove l' Occidente e le sue ideologie sembrano oggi sempre più messi in discussione dall' avanzata dei "nuovi barbari". Un capitolo del libro è infatti dedicato alla "missione di Eliezer nei Balcani" ed è qui che il protagonista viene a contatto con il popolo dei Goti, con le loro usanze e costumi. Così come attuale e irrisolta è la questione degli ebrei per i quali sembra appropriata la frase di Cicerone: "patria est ubicumque est bene", la patria è dove si sta bene. E il finale, come è tipico per i romanzi (post)moderni e per la natura perennemente errante degli ebrei, non è che un inizio per un nuovo interminabile viaggio alla ricerca di casa.

 

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Goti, Romani ed Ebrei nell'intrigo a Costantinopoli di Maria roccasalva

lunedi 22 Giugno 2009, posted by Roberto Bonuglia su: http://khayyamsblog.blogspot.com

 

 

Da Roma a Istanbul, passando per tutta l'Europa Orientale — dai Balcani alla Tracia — si snoda L'Intrigo a Costantinopoli che segna il ritorno sugli scaffali di Maria Roccasalva, artista e critica d'arte impegnata da qualche anno nella stesura di un'originale "trilogia d'autore" che questo romanzo va ora a completare. La data dell'esordio letterario dell'artista è il 1991, quando pubblicò La Tebaide sovraffollata, da lei stessa definita «una raccolta di saggi romanzati» che fotografavano alcuni momenti storici della città di Napoli, considerandoli — era questa la vera novità, quasi "rivoluzionaria" — come persone in carne e ossa e, dunque, con tutti i limiti e le imperfezioni che limitano e caratterizzano la condizione umana. Tre anni dopo l'interessante esperimento narrativo fu la volta delle vicende «di una bambina al tempo della guerra» che trovarono un felice componimento ne II giardino di carta. Il secondo lavoro dell'artista catturò l'attenzione di intellettuali di alto profilo come Raffaele La Capria, Paolo Apolito, Aldo Masullo, solo per ricordarne alcuni. E' quindi con grande piacere che ritroviamo la Roccasalva  nelle librerie italiane con un'edizione particolarmente curata dalla Tullio Pironti, editore napoletano di assoluto prestigio.

Nelle pagine dell'Intrigo si rivive con grande efficacia ed abbondanza di particolari l'incontro-scontro del IV secolo tra l'Oriente e l'Occidente: un momento storico complesso e di assoluto fascino che fa da cornice alla vicenda narrata. E sullo sfondo del duello tra Parti e Romani - che durava ormai da quattro secoli — scelto per tessere la trama del romanzo, si sente il peso della Storia, quella, appunto, con la "esse maiuscola": l'invasione di Alessandro Magno, l'Impero dei Seleucidi, l'insurrezione dei Parti, l'improvvisa «apparizione» sulla scena dello stato egemone dell'Occidente, l'Impero romano. Un mondo, quello occidentale, in cui proliferavano eresie ed ortodossie religiose, rivolte e congiure di potere, crisi e rivendicazioni economiche, misteriosi delitti e pericolosi ritorni di superstizioni pagane. E sullo  sfondo un clima politico nel quale «eunuchi, funzionari e ministri si combattevano l'un l'altro a colpi di delazioni, intrighi, confische e assassini per scalare i vertici del potere».

Casella di testo:Non meno complessa era la situazione dell'Oriente dove, per reazione all'invasione occidentale, si era costituita e imposta la monarchia persiana col chiaro intento di avversare ogni forma di penetrazione culturale e religiosa. D'altra parte, la nuova dinastia dei  Sasanidi, come ben ricorda l'Autrice, aveva un programma che non lasciava dubbi in proposito: «Rimettere in auge i vecchi culti dell'Iran, il mazdeismo e le tavole del suo profeta Zarathustra, o Zoroastro, come lo chiamavano i Greci. Poi combattere la cultura greca (che così profondamente era penetrata in Persia) con le leggi, con la persecuzione religiosa, con la violenza. E infine ricostruire l'Impero di Dario I dall'Asia Minore alla Grecia e all'Egitto, strappato alla Persia dal grande Alessandro».

Su questo suggestivo humus storico, politico e religioso — così «lontano» e così «vicino» a noi, ai nostri giorni — che il medico ebreo Eliezer indaga sulla morte molto sospetta di un vescovo goto di

 

 

fede cristiana ariana. I Goti, mal tollerati dai Romani perché non conoscevano «la poesia, né l'amore per gli dei, ma solo il terrore che proviene da essi» avevano infatti trovato nel vescovo Wulfila un rappresentante presso la corte dell'Imperatore Teodosio che aveva cercato in questo modo di trovare un alleato forte, battagliero, vigoroso per contrastare i Persiani ai confini dell'Impero.

Casella di testo:E questo è uno dei meriti che vanno riconosciuti all'Intrigo a Costantinopoli: più che apprezzabile ma davvero ben fatta è la ricostruzione storica condotta dall'Autrice che va alla radice dei rapporti tra i Romani d'Oriente e l'etnia dei goti: una "comunità" troppo importante, diremo noi "fondamentale", per le ambizioni dell'Impero Romano d'Oriente di quei tempi. D'altra parte, i Goti «per loro natura, amavano solo la guerra e la morte gloriosa in battaglia. A differenza degli altri popoli germanici, erano i più intelligenti, ma anche i più riottosi a piegarsi». Ma Wulfila era morto di veleno. Ed a quel tempo molti uomini morivano di veleno a Costantinopoli, sede orientale dell'ormai diviso Impero romano. A Costantinopoli come a Roma, - nota il medico Eliezer in uno dei suoi primi pensieri - «negli ultimi tempi, si moriva di veleno [...] perfino i bambini non sfuggivano a questo destino».

Ma la figura di Wulfila è fondamentale nella storia perché rivela anche l'esistenza di un'importante componente religiosa del "suo" popolo. Il vescovo, infatti, lascia una serie di scritti, di "protocolli", in cui approfondisce con alcune intriganti dissertazioni l'origine dei miti germanici accostandoli a quelli greci rivelando un sincretismo teorico che il romanzo propone al lettore in modo chiaro ed accessibile. Prima del suo assassinio Wulfila rifletteva sulla necessità di quel sincretismo, fondamentale per «innestare i nuovi culti cristiani su quelli antichi del mito, come avevano fatto i Romani, che avevano mantenuto inalterate quasi tutte le feste pagane legate ai vecchi dei, come il natale del. Sole, che cadeva nel solstizio d'inverno, ed era stato sostituito con il natale di Cristo celebrato nello stesso solstizio». Ma non solo questo nel testamento filosofico religioso del vescovo assassinato. Nel capitolo Processi e confessioni troviamo infatti un passaggio davvero affascinante nel quale parlano in prima persona proprio le riflessioni di Wulfila: «I Germani spiegavano il modo in cui era nato il cosmo, quello che per i Greci è l'ordine per antonomasia, con lo stesso orrore dell'origine. Come Cronos, il dio Loki aveva generato mostri. Poteva essere paragonato al Satana dei

cristiani». Ma nell'eredità teologica del vescovo goto c'erano anche      t

elementi che indagavano sul dio Odino — realmente esistito, proprio come il Cristo, secondo la tradizione ariana - , la più importante divinità del pantheon germanico, quella che aveva creato l'universo, che possedeva il destino degli uomini ed il controllo del tempo, che impersonificava il sole e soprattutto «accoglieva nel Walhalla lo spirito immortale dei guerrieri morti in combattimento». In una delle pagine più seducenti dell'intero romanzo, le teorie del vescovo assassinato ripercorrono le leggende narranti che «sulle spalle di Odino erano posati due corvi, Hugia e Munnia, che gli riferivano tutto ciò che accadeva nel mondo. [...] Odino era stato un grande e valoroso guerriero, una specie di Alessandro Magno. Esattamente come gli imperatori romani, che si dicevano discendenti da Giove, tutti i re germanici si dicevano discendenti di Odino». Wulfila scriveva che «la somiglianza tra Odino e Cristo era evidente, ma con una differenza peculiare: Cristo era la vittima, non il guerriero, era la pace e non la guerra».

 

 

L'avvelenamento del vescovo goto è solo l'incipit dell'intera storia. Dal momento in cui l'Imperatore incarica il ciambellano Proconio di organizzare il rito funebre inizia, di fatto, l'indagine di Eliezer che i suoi ricordi familiari e le sue convinzioni religiose - «per i Giudei la vita è sacra, il valore più alto da condividere e proteggere. E' Dio che dispone quando darla o quando toglierla» - la trasformeranno ben presto in un lungo viaggio che porterà il medico ebreo a sperimentare la sua scienza, a conoscere una terra unica come i Balcani, a incontrare personaggi autorevoli e complessi come Marco Silpione, Simmaco e Ratingario. Il funerale di Wulfila - così ben descritto con un'apprezzabile e non comune precisione storica — sarà infatti solo la prima tappa di una complessa ricerca delle ragioni, dei mandanti, degli esecutori di quel delitto.

Un delitto di cui Intrigo a Costantinopoli è una storia dettagliata, mai banale e al contempo ben costruita, nella quale elementi di storia, cultura, religione si completano in una perfezione narrativa che consigliamo a tutti di leggere e conoscere perché di libri così, oggi, nonostante la febbrile attività editoriale italiana, ce ne sono davvero pochi.

Il Danubio non parla latino

 

Il Denaro - 13 Febbraio 2010

Un naturale confine culturale

 

<< Ricorda sempre, Alarico: il Danubio non parla latino>> , aveva detto il vescovo con la sua abituale gravità al momento di accogliere il ragazzo. Raccomandazione superflua, perché Alarico come tutti i giovani di ogni tempo, amava solo miti di potenza. E Roma era il mito più grandioso. Ma gli era drasticamente vietato di indulgere al suo fascino: un goto doveva mantenersi puro.

Titolo provocatorio per un romanzo che ha per , protagonista un fiume, e antagonisti due amici-nemici, ciascuno dei quali ancorato alle proprie certezze.

Il patrizio romano Teodato, convinto che il latino

rappresenti l'essenza della civiltà, non esita ad adoperare qualunque mezzo pur di tramandarlo. Suo leale avversario è il goto Wulfila, che nella lingua latina individua il principale veicolo di dominio culturale e politico dell'Impero, nonché un freno al libero progresso delle genti. Per sottrarre il suo popolo all'egemonia del latino, Wulfila costruisce dal nulla una nuova riscrittura per tramandare in gotico non solo le gesta, ma anche la fede dei Barbari danubiani. L'epoca in cui si svolgono gli avvenimenti narrati, è il IV secolo, e il luogo è appunto il Danubio, limes per definizione, perché la riva destra appartiene alla romanità, mentre al di là della sinistra si estende un misterioso

quanto vago Barbaricum.

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Corriere del Mezzoggiorno Febbraio 2010

"di Francesco Durante"

Barbari & Romani, un incontro fatale in riva al Danubio

 

Dopo il sorprendente Intrigo a Costantinopoli, uscito nel 2008 come primo tempo di una trilogia cui l'autrice s'era dedicata per tredici anni (e che dunque segnava il suo ritorno alla letteratura dopo l'ormai lontano e importante episodio de La Tebaide affollata, 1992), Maria Roccasalva mantiene gli impegni e si ripresenta al pubblico del romanzo storico con questo corposo Ii Danubio non parla latino. Spiazzante, come sempre in quest'autrice così refrattaria alla disciplina editoriale, è la scelta per cui il secondo atto della trilogia non è il seguito del primo, ma ne costituisce bensì l'antefatto. Intrigo a Costantinopoli era ambientato nella Bisanzio del IV secolo, ai tempi dell'imperatore Teodosio, dell'eresia ariana, dell'energica predicazione milanese di Ambrogio. E l'«intrigo» del titolo si riferiva alla morte per avvelenamento di Wulftla, il vescovo evangelizzatore dei Goti, evento di notevole portata in quel momento storico, in quanto possibile preludio di una nuova crisi tra l'Impero e i Goti del limes danubiano, la cui alleanza è indispensabile ai bizantini al fine di allestire un valido esercito da opporre, al confine orientale, contro i Persiani Sasanidi. Senza contare l'altro pericolo, legato al possibile rinfocolarsi delle interminabili e spesso catastrofiche dispute religiose tra i vecchi seguaci dell'eresia ariana (di cui Wulfila era stato un adepto) all'indomani della promulgazione dell'editto di Tessalonica, in virtù del quale il credo niceno era divenuto dottrina ufficiale dell'Impero sia a Oriente sia a Occidente.

La Costantinopoli di questo nuovo libro è ancora quella del suo  rifondatore Costantino, sotto il cui regno si apre il libro. E una città nata da pochissimo sul sito dell'antica Bisanzio; una nuova Roma mera vigliosa e possente, sorta anch'essa su sette colli, meravigliosamente distesa sul mare della Propontide a ridosso del Como d'Oro e in prossimità del Bosforo. Roccasalva pare particolarmente ispirata quando ne parla, e ne illustra le caratteristiche di metropoli costruita in fretta, a celebrazione della gloria augustea; una città che già allora (siamo all'inizio del W secolo) avverte l'urgenza di una nuova e più ampia cinta muraria (che rappresenterà una barriera invalicabile fino al 1453) e nella quale circola un'aria assolutamente cosmopolita, all'ombra dei palazzi imperiali e della mole formidabile dell'Ippodromo, dove i partiti dei Verdi e degli Azzurri sono sempre pronti a fiutare il vento dei torbidi insorgenti nel campo politico e religioso.

Il libro, peraltro, si apre lontano da questo teatro, e per la precisione, a Singidunum (l'odierna Belgrado), al di qua del Danubio, dove alla scuola di retorica di Teofilo si ritrovano il giovanissimo Teodato, romano, e il suo coetaneo goto, Wulfila. La storia prende le mosse per l'appunto dal grande sogno di quest'ultimo di evangelizzare il suo popolo riscattandolo dalla barbarie attraverso l'invenzione di una scrittura sua propria, con cui tradurre la Bibbia e strutturare un'identità «nazionale» fra tribù da sempre abituate al saccheggio e alle scorrerie, ma ormai vicine a una stanzialità da federate dei romani. E narra le avventure legate all'ambizioso progetto: dall'incontro con Eusebio di Nicomedia, che affida a Wnlfila il suo compito di missionario in terra gotica, alle persecuzioni scatenate da Atalarico e oltre, in un'Europa tardoantica, agitata e corrusca, che è scenario di grande fascino, cui Roccasalva s'accosta con passione, appoggiando il racconto d'invenzione alla verità storica, e traendone una specie di «parabola» sulle radici d'una divisione che proprio lungo il Danubio conosce la sua millenaria linea di faglia.

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La Repubblica - 17 Aprile 2010

"Alessandro Vaccaro"

Se il Danubio non parla latino due mondi e una linea di confine

 

IL DANUBIO, naturale linea di separazione tra Oriente e Occidente. Affascinante scenario di epiche battaglie. Indiscusso protagonista dell'ultimo libro di Maria Roccasalva. Con "Il Danubio non parla latino" l'autrice napoletana, nella vita anche pittrice e scultrice, racconta con classe e maestria un' avvincente storia centrata su due amici-nemici e i loro contrastanti ideali culturali e linguistici.

Siamo nel quarto secolo dopo Cristo. Il patrizio romano Teodato, convinto che il latino rappresenti l'essenza della civiltà, è disposto a utilizzare qualsiasi mezzo pur di tramandarlo. Suo leale e fiero avversario è il goto Wulfila che, vedendo nella lingua di Teodato il principale veicolo di dominio politico e culturale dell'Impero, nonché un ostacolo al libero progresso delle genti, crea una nuova scrittura affinché siano trasmesse di generazione in generazione le gesta e la fede dei Barbari. Tra queste due forti personalità scorre il Danubio, presentato dall'autrice come l'aorta del Vecchio Continente: "Nasce al centro del suo cuore e porta il sangue dell'Europa a tutte le terre che feconda".

Attraverso una ricostruzione storica certosina, arricchita da un esaustivo glossario in appendice al libro, la scrittrice offre al lettore uno spunto di riflessione sulle dinamiche etnocentriche ancora oggi imperanti: "La colpa è della Storia se il Danubio è sempre stato diviso. Oggi in senso della latitudine, ieri in quello della longitudine: riva destra della Civiltà e riva sinistra della Barbarie. Di qua l' assetto ordinato del Diritto Romano; di là l'Anarchia di popoli misteriosi". Due universi separati da un involontario muro di confine.

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Il Mattino - Aprile 2010

"Felice Piemontese"

La Roccasalva e lo scontro tra le due rive del Danubio

 

Se si decide di scrivere un romanzo di più di cinquecento pagine, al giorno d'oggi, con tutta la fatica e lo stress che comporta, si devono avere motivazioni molto forti e la capacità di fare partecipe il coraggioso lettore. Se poi i romanzi sono due, con un terzo in arrivo a concludere quella che in effetti è una trilogia, il discorso si fa ancora più complesso. In ogni caso, è una scommessa alla quale guardare con rispetto e partecipazione, quella di Maria Roccasalva che pubblica, Pironti editore, Il Danubio non parla latino (pagg. 552, euro 19). Il libro sarà presentato oggi alle 18, nella saletta rossa della libreria Guida a Port'Alba da Luigi Caramiello, Domenico Ciruzzi, Dario Giugliano e Ugo Piscopo.

Se il libro precedente della Roccasalva, Intrigo a Costantinopoli, era ambientato in gran parte nella corte bizantina tra i sinistri scricchiolii dell'Impero romano, questo invece ha come sfondo  - ma si tratta di qualcosa di molto più importante di uno sfondo - le due rive del Danubio. Una, quella destra, segna il confine della romanità - un mondo in dissoluzione, ma pur sempre governato da leggi e ordinamenti, con una lingua che unifica tutto - l'altra, quella sinistra, è il regno delle tribù barbariche destinate a imporsi, ma intanto ancora in soggezione rispetto a tutto ciò che l'Impero ha rappresentato. I personaggi sono due amici - nemici che seguiamo lungo il corso dell'intera loro esistenza: il patrizio romano Teodato, nemico delle guerre e pronto a tutto per tramandare la lingua dei padri, il latino, vero cemento dell'Impero, e il goto Wulfila, a sua volta consapevole che tra le cose che danno voce e consapevolezza a un popolo vi è la scrittura, e che quindi s'imbarca nell'impossibile impresa di dare una lingua scritta ai goti.

A partire da questi dati di realtà, la Roccasalva ha lavorato, e come, di fantasia, costruendo intorno ai due protagonisti un universo romanzesco fatto di intrighi, amori, dispute teologiche, bizantinismi, vicende militari e diplomatiche, attingendo generosamente dalla tradizione del romanzo d'appendice ma con la differenza che, dietro ogni avvenimento, c'è la Storia che incombe e fa sì che gli eventi di quel lontano passato possono leggersi con l'occhio rivolto a un tempo molto meno lontano o addirittura presente. Prevalente, e vincente, è il piacere di una storia alla quale abbandonarsi.

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Il Segnalibro n° 161 - Maggio 2010 "narrativa"

 

Titolo provocatorio per un romanzo che ha per protagonista un fiume, e antagonisti due amici-nemici, ciascuno dei quali ancorato alle proprie certezze.

Il patrizio romano Teodato, convinto che il latino rappresenti l'essenza delta civiltà, non esita ad adoperare qualunque mezzo pur di tramandarlo. Suo leale avversario è il goto Wulfila, che nella lingua latina individua il principale veicolo di dominio culturale e politico dell'Impero, nonché un freno al libero progresso delle genti. Per sottrarre il suo popolo all'egemonia del latino, Wulfila costruisce dal nulla una nuova scrittura per tramandare in gotico non solo le gesta, ma anche la fede dei Barbari danubiani.

L'epoca in cui si svolgono gli avvenimenti narrati, è il IV secolo, e il luogo è appunto il Danubio, limes per definizione, perché la riva destra appartiene alla romanità, mentre al di là della sinistra si estende un misterioso quanto vago Barbaricum.

Il Danubio rappresenta la divisione creatasi in seno all'Impero Romano: a Occidente, la Chiesa cattolica che vuole dominare sull'imperatore; a Oriente, il divinizzato sovrano che aspira a sottomettere la stessa Chiesa, creando le basi di quella teocrazia cheancora oggi tanti problemi pone.

Tra questi poli in conflitto si inserisce il cristianesimo ariano di Wulfila, apparen-temente democratico, in realtà fondato sulla purezza della stirpe, sul senso del-l'onore e sul modello dell'Uomo-Dio al quale tutti devono uniformarsi.

Tale fede, riconoscendo nel Figlio soltanto un Superuomo non dotato dell'identica sostanza divina del Padre, suscita giustificate inquietudini nel romano Teodato. La matrice razionale e idealistica della nuova fede potrebbe infatti rivelarsi una pericolosa miscela ideologica, capace di generare prima o poi temibili forme di totalitarismo.

Il Danubio diventò pertanto l'involontaria e invalicabile linea di confine culturale degli stessi popoli europei, ostacolando la comunicazione tra occidentali e orientali. Perfino al giorno d'oggi si manifestano le conseguenze di questa scissione.

E' Notte anche per me.

 

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Elogio dell'adulterio.

 

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A scuola dagli Ardenti

 

Quarta di copertina

 

C'è chi va a scuola dai Gesuiti, dai Salesiani, dagli Scolopi, dalle Orsoline...

I protagonisti di questo romanzo vanno a scuola dagli Ardenti.

Cosa sono? Un bosco, che è quasi una giungla, in un cratere spento dei Campi Flegrei: dall'etimo greco flegraios, che significa bruciante, ardente, appunto!

Due ragazzi, un amore, una città che ancora traspira di quell'ardore, la scuola, le peripezie per giungere in quel luogo magico, i pregiudizi sociali, le incomprensioni, i piccoli drammi quotidiani, i tabù legati a una morale ipocrita, e molti altri divieti che gli innamorati si ingegnano di superare, e che invece permangono per fare di quell'amore un eros lancinante.

Alla Scuola degli Ardenti i due innamorati, divisi da due opposte visioni del mondo e tuttavia fusi  imparano a intrecciare la passione reciproca e a districare oscure sensazioni, pur senza pervenire a scioglierne il mistero. Che resta mistero, perché l'amore è solo "il preludio sinfonico che contiene in sé le frasi melodiche dell'opera completa". Ė un'attesa. E brucia...

 

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08/01/2013, 10:38

 

Mercoledì 9 Gennaio ore 17:30 - Saletta Rossa, Libreria Guida Portalba Presentazione del romanzo A scuola dagli ardenti di Maria Roccasalva (ed. Guida) Ne parlerà con l’autrice Mimma Sardella I protagonisti di questo romanzo vanno a scuola dagli Ardenti. Un bosco che è quasi una giungla, in un cratere spento dei Campi Flegrei. Napoli, estate anni Cinquanta. La stagione di Eros non si fa attendere. Una ragazza incrocia lo sguardo di un uomo. Un ragazzo ricambia la sua rivelazione. Due ragazzi, un amore, un luogo magico; e poi ancora la scuola, i piccoli e grandi drammi quotidiani, le incomprensioni, i tabù legati a una morale ipocrita. La storia di un sentimento e di una passione capaci di superare il tempo.

 

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- 1° Sezione

- 2° Sezione

Le pietre e i demoni di Napoli

 

- Sezione Articoli

L'enigma del Sarcofago

 

 

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Enigma corriere mezzogiorno (2013_11_24)

 

- 1° Sezione inviti

 

- 2° Sezione - foto presentazione

 

- 3° foto Fandango Roma 22-05-2014

 

- 4° Sezione articoli

 

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«L’ENIGMA DEL SARCOFAGO» IL NOIR DI MARIA ROCCASALVA

(è COSTIERA on-line | di Stefano Buso | Venerdì 07 Febbraio 2014)

 

“Un architetto romano, la sua nobile moglie e la sua amante ebrea, un sarcofago, un’eminenza della Chiesa, un principe, un testamento, un notaio con suo figlio psicologo, la massoneria, un barone e un professore tedesco, il giovane nipote del barone, un commissario di polizia e un restauratore romani…”

 

Il noir di Maria Roccasalva (Tullio Pironti Editore), che prende le mosse in un’Italia messa in ginocchio dal secondo conflitto mondiale, è un elettrizzante andirivieni di situazioni travolgenti, che devono “render conto” a un passato vorticoso. A offrir cruciale vessillo al romanzo è un sarcofago appartenente al Vaticano, attorno al quale si intrecciano una trafila di eventi impenetrabili e arcani. È stato restaurato perché trasporti a Eichstätt qualcosa d’importante: forse carteggi della Chiesa oppure dei nazisti, danaro, scartoffie processuali o... addirittura una salma. Chi cerca di portare uno spiraglio di luce sulla vicenda finisce morto ammazzato. Un nobile tedesco, Von Strohenberg, giunge a Roma e, subito dopo aver stilato un atto testamentario in cui nomina erede dei suoi beni la Santa Sede, salta in aria nella sua auto. L’architetto Sallusti, al quale il patrizio tedesco aveva commissionato la realizzazione di un imponente monumento ideato da Albert Speer, si ritrova protagonista di un misterioso intrigo. Il commissario Spinelli, dai piccoli casi di basso profilo investigativo, si trasforma in un indomito poliziotto. Manfred, il nipote di Strohenberg, diventa obtorto collo il perno dell’intera vicenda. A ogni buon pro, tutto gravita attorno al caliginoso sarcofago, poiché esso cela un segreto inquietante, e allo stesso tempo irresistibile. L’enigma del sarcofago è un un tomo che “strega” il lettore e lo conduce nei suoi ingarbugliati dedali sino all’epilogo. E vale a dire sino alla verità (o presunta tale)! Quindi è inevitabile indugiare, restare in un’ovattata trepidazione fino alla conclusione, lì dove ogni rebus sarà chiarito. Il liber della Roccasalva è scorrevole, foriero di una trama arguta e godibile. Senz’altro un appuntamento cui non rinunciare per comprendere (finalmente) il busillis che avvolge il tetro sacello…

Maria Roccasalva, napoletana, scultrice, ha svolto attività di critico d’arte per i quotidiani «l’Unità» e «Paese Sera». Come autrice ha pubblicato: La Tebaide sovraffollata (1992), Il giardino di carta (1994) e A scuola dagli Ardenti (Guida Editore, 2012). Con l’editore Tullio Pironti ha pubblicato: Nowhere no war. Arte e artisti a Napoli 1974-1984 (2004), Intrigo a Costantinopoli (2008), Il Danubio non parla latino (2009), È notte anche per me (2010), il volumetto Elogio dell’adulterio (2010) e la ristampa rivista e aggiornata de La tebaide sovraffollata, ovvero Le pietre e i demoni di Napoli (2013).

 

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Thriller/Quel sarcofago che semina delitti

di Raffaele Bussi

Il mondo di suk - 3 febbraio 2014

 

«Un’alba gelida e livida stava ancora lottando per aprirsi un varco in quel cielo denso di nubi gravide di neve... Il largo del collegio Romano era deserto… l’auto si fermò davanti a un pesante portone… discesero due ufficiali tedeschi… alirono il grande scalone a volte ornato di nicchie e statue e suonarono alla porta».

È l'introduzione dell'ultima fatica letteraria della scrittrice Maria Roccasalva, “L'enigma del sarcofago” (pagg. 308, euro 14) che l'editore Tullio Pironti ha di recente mandato in vetrina. Il thriller fin dall'inizio lascia presagire un percorso che procede accumulando indizi, piste investigative e false piste, storie parallele e personaggi che si incrociano generando una serie di delitti sempre più spaventosi lasciando il lettore stupito, incuriosito e disorientato fino alla fine.

Un perfetto esempio di integrazione tra differenti varianti: mistero, occultismo, sesso, tenerezza, ricordi passati e rimpianti. I personaggi vivono in una doppia realtà che si articola in scivolamenti temporali a partire dal gennaio 1942 fino al 15 marzo 2002, anno in cui la situazione misteriosa che caratterizza l’inizio del romanzo si intreccia con altri elementi che segnano il perdurare di una trama di suspense.

Le figure del romanzo sono ambigue, vivono momenti di tenerezza che si affiancano a episodi di reale crudeltà,: viene fuori una introspezione psicologica che i personaggi vivono in modo conflittuale, il bene e il male si alternano con la sete di potere che corrompe chi lo detiene. Dopo un esordio in cui i delitti assumono un ritmo vivace e incalzante, interviene un commissario di polizia che comincia a dipanare l’intrigo. Cosa non facile considerato il lungo periodo in cui la narrazione si articola, la moltitudine di personaggi coinvolti, e situazioni e luoghi che fanno da cornice alla narrazione.

Tutto ruota intorno a un sarcofago con cui ciascun personaggio ha interagito seppure per motivi differenti e sarà sempre il sarcofago a custodire, a nascondere e a svelare la trama delittuosa.

L’autrice, profonda conoscitrice di storia e eventi storici, si serve della narrazione di fatti per far emergere la bramosia di uomini che, pur di pervenire a una condizione di superiorità in campo scientifico, sono disposti a annientare intere popolazioni. Era stato l’idealismo di Lutero, di Heghel... a creare le camere a gas. Hitler non aveva fatto che mettere in atto le loro premesse. Roccasalva è abile nel descrivere la crisi interiore di alcuni personaggi che resteranno per sempre macchiati a causa delle colpe dei loro avi, un'introspezione intimista che la colloca in ambito non periferico tra i narratori moderni. Introduce spesso il tema dell’occultismo, attraverso cui si giustificano delitti e nefandezze di ogni genere. Nelle vesti di oculata critica d’arte, l’autrice inserisce dettagliate descrizioni di siti artistici e della simbologia che molto spesso questi siti posseggono.

Le chiese di Roma appaiono custodi nei secoli di trame esoteriche che solo occhi esperti e attenti possono svelare. Il testo è accattivante, anche se qualche volta s'ingorga a causa degli intrighi che si sovrappongono, lasciando il lettore in situazione di attesa fino all’ultimo istante, disorientato tra realtà e finzione. Ma alla fine la curiosità prevale, affidando al sarcofago il compito di svelare il mistero.

Roccasalva: io, nei panni degli assassini

di Nicola Guarino

Maria Roccasalva, pittrice, scultrice, critico d’arte e, da qualche anno, scrittrice. La creatività è un vizio o una passione a 360 gradi?

Credo che non sia né un vizio né una virtù; piuttosto una caratteristica della persona umana, qualcosa che capita. Uno nasce biondo o bruno, alto o basso, mancino o destrorso. Io sono nata ambidestra. Non è merito mio.

Il nuovo romanzo è un thriller sostenuto anche da una puntigliosa ricerca storica. Quanto tempo ha impiegato scriverlo e quali sono le sue fonti?

Quello che lei chiama puntigliosa ricerca storica, io la definisco serietà professionale. Uno non si mette a scrivere dei nazisti senza conoscerne niente e senza la spinta di motivazioni profonde. Le mie motivazioni sono la crisi economica che stiamo attraversando e la sensazione che l'Italia abbia ceduto la propria sovranità di Stato alla Germania. In poche parole, sono sicura che la Merkel, attraverso il terrorismo dell'economia, stia ripercorrendo la medesima strada che Hitler perseguì con le armi e il terrore. Per le ricerche storiche mi sono avvalsa di due amiche tedesche residenti nei posti che descrivo. Mi hanno tradotto libri mai pubblicati in Italia. Per la parte strettamente romanzesca, a Paolo Baldassarre. Per scrivere un thriller, infatti, c'è bisogno di un ragioniere. Ho impiegato un anno, cioè il tempo necessario per scrivere le frasi al computer.

C’è un personaggio che ha amato di più in queste pagine?

Ogni personaggio è una parte di me. Io mi calo anche nei panni dei delinquenti e degli assassini e perfino in quelli degli ecclesiastici; in quanto, per rendere la narrazione oggettiva, devo guardare le cose con il loro occhio. Ciò significa mettere a nudo ogni sfaccettatura della mia personalità e guardarla allo specchio: è il mio modo di allontanare da me la schizofrenia. Perché siamo tutti divisi, ma lo scrittore, se è un artista, lo è un po' di più. E anche quando parla di un altro, fa autoanalisi.

Scenario, anche la Germania. Un paese che conosce bene…

Non scrivo mai di un posto che non conosco a fondo. Le emozioni che riesce a dare un luogo non si possono inventare, né tantomeno raccontarle. Più che lo scenario germanico, sono i tedeschi, che io osservo. Immersi some sono in un paesaggio privo di qualunque contrasto e armonia, mi colpiscono i loro squilibri e le loro disarmonie. E questi io racconto.

Ci sarà un seguito?

Lo sto già scrivendo. Un altro thriller, con i personaggi sopravvissuti al primo, più altri. Se l'editore Pironti è d'accordo, vorrei intitolarlo ANSCHLUSS, cioè Annessione. Per tutto quanto le ho detto sopra. Ma non posso anticiparle altro.

 

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Nella lanterna di Sant’Ivo alla Sapienza

Testo Cesare Milanese (Roma, 22.06.2014)

 

Libro intrigante questo, e non soltanto per il groviglio d’intrighi di cui narra. E’ intrigante anche per le questioni intriganti in esso affrontate. Intanto cominciamo col dire che l’autrice, Maria Roccasalva, deve aver ben capito, preliminarmente, una cosa che in questo suo libro è fondamentale: deve aver capito, come i romanzi di Umberto Eco, tutti a sfondo misterico, per esempio, siano romanzi a chiave.

L’enigma del sarcofago, infatti, è un romanzo a chiave: se ne sente il clicchettio, anche da grimaldello, in ogni dove. Ovviamente senza che sia dato d’esplicitarlo apertamente. E’ la regola. Il criterio base di una narrazione a chiave è di non rivelare scopertamente ciò che si è voluto dire implicitamente, anzi occultamente. E ciò (nel caso di questo libro) in perfetta analogia con la natura del libro stesso, che è tutto imperniato sul fenomeno sottostante, nella società corrente, della cultura (o subcultura che sia) dell’occultismo. Sicché essendo questo un libro che tratta di un enigma, esso si svolge, a sua volta, per coerenza interna, in forma d’enigma. Libro, che, non a caso, si chiama L’enigma del sarcofago.

Scoprire quale sia l’enigma, racchiuso o dischiuso, secretato o svelato, in questo sarcofago antico, di per sé originariamente precristiano, ma poi anche cristianizzato e scristianizzato, consacrato e sconsacrato al tempo stesso, degradato o restaurato, spesso scoperchiato e altrettanto spesso ricoperchiato, è incombenza-privilegio da lasciare al piacere del lettore, il quale ha tutto il diritto di scoprire, tal enigma, da sé, leggendo direttamente tutto il libro. Perciò non roviniamogli la sorpresa. Peraltro il libro è così denso di fatti e di misfatti da rendere impossibile ogni tentativo di poterlo riassumere, sia pure succintamente, in quanto a trama, neanche sull’essenziale.

Io, qui, posso limitarmi a metterne in risalto soltanto qualche aspetto d’insieme; tra cui, principalmente, l’aspetto della chiave di cui dicevo, che è il suo nucleo interno, perciò trascurando lo schema da trama, qui soltanto sorvolata per indicarne, sia pure limitatamente, la traccia. Ed eccola già indicata nel risvolto di copertina, dove si legge: “A dare il titolo al romanzo, L’enigma del sarcofago di Maria Roccasalva, è un sarcofago appartenente al Vaticano, intorno al quale s'intrecciano eventi e morti misteriose. E’ stato restaurato perché trasporti a Eichstät, in Germania, qualcosa d’importante: non si sa se documenti segreti della Chiesa o dei nazisti, denaro, atti processuali o una salma. Sarà anche più di una sola salma. Sta di fatto che chiunque formuli un’ipotesi, si ritrova assassinato.”

Evidentemente questo sarcofago ha per sua sorte quello di essere la tomba intorno alla quale avvengono i rituali di un’ecatombe in noir: tale essendo, infatti, il romanzo.

Peraltro è nella logica del genere thriller che tutto avvenga in tal senso: nell’intento, tipico del genere, del far raccapricciare, del far rabbrividire, del far inorridire, in tensione d’ansia, d’attesa e di sorpresa; possibilmente di terrore. Tutti effetti che sono di dovere e di mestiere in un libro che si colloca nell’ambito di questo “genere”. Tale qualità, infatti, costituisce un requisito richiesto dal genere stesso; e in questo, va detto subito, l’autrice sa svolgervi egregiamente il suo compito. +++++++

Tuttavia l’autrice sa mettervi anche molto di più: all’intento tipico del “genere” (suscitare il raccapricciare, che è uno dei canoni del thriller), essa vi aggiunge il risultato del far impensierire, quindi del far riflettere e del far pensare. Attraverso le vicende del racconto, il libro, infatti, va di là dei contenuti specifici del racconto, per approdare, invece, a contenuti d’ordine storico, politico, culturale e problematico più in generale. A volta, allora, si ha l’impressione che l’autrice abbia voluto scrivere questo libro come un libro duplice: per una parte come racconto, per un’altra parte come trattato. Ed è nel versante di questo secondo aspetto che essa sviluppa il suo libro come libro a chiave; il che significa saper dare svolgimento al resoconto di un fatto (lo scopo primo), ma con l’intento di dire anche ben altro (lo scopo secondo). Ciò che, in realtà, sarebbe lo scopo vero del libro e che consiste nel dire la cosa che s’intende dire, però senza dar a vedere che è proprio questo che si voleva dire. Insomma tener celato l’intento, ma, al tempo stesso, aver comunque comunicato l’intento. E’ la regola con cui Umberto Eco ha scritto i suoi romanzi.

Dicendo ciò, non intendo affatto dire che la nostra autrice sia da considerarsi un’imitatrice dell’autore del Nome della rosa o del Cimitero di Praga. Tutt’altro. Intendo dire che l’autrice, con questo suo romanzo, ne avrebbe colto il criterio, però in piena autonomia inventiva e anche culturale. Ed è questo che conta. Certo è che tale criterio ha un che di diabolico in sé: si deve ammetterlo. Peraltro, se si devono affrontare situazioni diaboliche, l’atteggiamento diabolico diventa strumento indispensabile del procedere in materie del genere. Non se ne può prescindere, tanto più che le vicende e le questioni di cui il romanzo tratta sono diaboliche in sé, veramente, e non perché lo sono romanzescamente, ma perché lo sono state e lo sono tuttora, diaboliche, realmente, anzi storicamente: infatti infaustamente accadute; e in questo romanzo fatte diventare macchinazioni da ex machina infamiae.

Infamia potrebbe la parola giusta, volendo far ricorso a una citazione letteraria, richiamandosi a come Alessandro Manzoni ha intitolato la Storia della colonna infame: a commento di ciò che era stata la peste nera nella prima metà del XVII secolo, descritta nei Promessi sposi. Espressione appropriata, quindi, per parallelo storico, se riferita a quella che è stata definita la peste bruna nella prima metà del XX secolo: denominazione che è stata data al nazismo.

Infatti, il romanzo di Maria Roccasalva si apre proprio su una data di quell’epoca, precisamente sul 13 gennaio del 1942. Siamo in piena Seconda Guerra Mondiale. E siamo a Roma. Quel giorno nel palazzo, ovviamente avito, di un principe della nobiltà nera papalina (un uomo molto giovane allora, cultore raffinato di tutto ciò che è misteriosofico, e che rimarrà sempre tale fino alla fine dei suoi giorni, che poi sarebbero i giorni attuali, durante i quali avrà il suo svolgimento essenziale l’epilogo di tutta quanta questa vicenda nera); quel giorno, dicevo, in quel suo palazzo romano, gli si presentano due ufficiali tedeschi, giovani anch’essi, allora: il maggiore della Wehrmacht, Sigmund von Strohenberg e il tenente delle SS Martin Aurbach.

Ma attenzione, il maggiore Strohenberg, pur essendo della Wehrmacht, che di per sé sarebbe cosa del tutto diversa dalle SS, se non addirittura il suo opposto, fa parte anche lui di un corpo speciale, a parte, delle SS: l’SS Ahnenerbe (un istituto per gli studi delle ascendenze ataviche dell’arianesimo, ideato da Himmler). Inoltre, anche il tenente Aurbach, che lo affianca, pur essendo egli stesso un SS, lo è, ma appartenente, a sua volta, a un corpo diverso da quello delle SS, per così dire regolamentari, le più accreditate per le azioni da efferatezza tipiche del regime nazista. Il tenente Martin Aurbach, infatti, che in questa storia sarà l’ultimo a morire di morte violenta: lo ritroveremo cadavere in anni già di questo nostro XXI secolo, sempre a Roma, davanti alla Basilica di San Paolo Fuori le Mura, quando ormai il maggiore Strohenberg sarà già morto, ormai da decenni e decenni, nella ciclopica battaglia di Stalingrado. Il quale Martin Aurbach, peraltro, che, in seguito, essendo poi vissuto nella Germania dell’Est, avrà il tempo di farsi comunista con lo stesso fervore con cui era stato nazista, ma sostanzialmente rimanendo sempre tale, nell’animo, nella tempra, nel carattere.

Situazione quanto mai complicata e complessa, abnorme, si dirà. Certo che è così. Mi ci sono soffermato un po’ sopra per dare una dimostrazione, sia pur minimale, dell’accurata e penetrante complessità delle questioni che l’autrice affronta in tutto il corso del suo libro: trecento pagine da enciclopedia di culturalismi complessi e di vario genere. Ebbene, si può dire che ogni situazione di questo libro è densa di questo tipo di complessità: impossibile pertanto poter darne ragione in modo sufficientemente esauriente, proprio per la massa di nozioni specialistiche che l’autrice imposta, elabora e dimostra.

E’ evidente che essendo tutto il libro denso di questioni di questo genere, diventa impossibile poterne dire di più di quello che si può dirne in una conversazione come questa. Che da parte mia, in sostanza, si concentra, in realtà su un solo punto. Ed è quanto ne basta. Riprendo, quindi, proprio dal punto di trama su cui avevo cominciato a dire. E lo faccio ponendo la seguente domanda, perché in piena guerra, d’allora, due prussiani, luterani, per di più nazisti, perciò anche neopagani, hanno bisogno d’incontrarsi con chi, nella sua qualità di atavico esponente della cattolicità, e per di più italiano, dovrebbe essere loro nemico: nemico di ragione, di religione, di razza e di fede politica? Non c’è, evidentemente, del controsenso in tutto ciò?

Ma soprattutto, perché due nazisti, hanno scelto proprio un membro intrinseco del Vaticano per affidargli in custodia dei documenti segretissimi, all’origine dei quali ci stanno i progetti millenaristici di Albert Speer, il geniale ministro degli Armamenti del Terzo Reich e architetto prediletto da Hitler, alla gloria del quale e del suo regime, che per l’appunto avrebbe dovuto durare mille anni, egli aveva progettato un edificio monstrum, la cui architettura avrebbe surclassato in manifestazione di grandiosità ogni altro precedente grande complesso urbanistico e monumentale della storia umana? E inoltre, perché il ricorso a tanta enfasi megalomanica?

Ebbene, quell’edificio monstrum, non costruito allora, potrebbe essere costruito ora, tanto più che al suo interno, per opera di una setta, ovviamente segreta, che si avvale del disegno diabolico non ancora realizzato dal genio diabolico di Speer (non per niente gli è stato dato l’appellativo di architetto del diavolo), che già a quei tempi si avvaleva di avventurosi e avveniristici progetti scientifici, risalenti a Nikola Tesla, il leggendario scienziato serbo, naturalizzato statunitense, eccetera, eccetera.

Come ben si vede è sempre più esteso, sempre più complicato, e sempre più misterioso questo romanzo, sui cui eccetera eccetera sarà il lettore appropriato a dover indagare.

Tuttavia va segnalo un dato: qui il romanzo non sviluppa propriamente una questione da fantascienza o da pseudoscienza, ma si rifà alla storia della scienza reale ed effettiva e a progettualità veramente e concretamente avviate, allora, in quegli anni lontani, che l’autrice recupera mettendo in risalto la possibilità che possano essere fonte d’ispirazione e d’ideazione per la loro realizzabilità, sia pure aggiornata, anche ora, proprio a favore e col favore della storia cambiata, ma che può sempre essere ripresa e ripetuta. Come dire, dall’enigma del sarcofago all’enigma della storia. C’è, in dato di fatto (e ci può essere), chi, anche ora, questa eventualità di ripresa e di ripetitività, secondo l’autrice, sarebbe in grado di pensarla e di tentarla.

L’enigma del sarcofago, infatti, si occupa proprio di costoro: i possibili nazistoidi odierni, però non soltanto loro. Nel caso trattato dal romanzo, si tratterebbe di un progetto per la produzione di energia pulita a costo zero avvalendosi, puta caso, del magnetismo gravitazionale della terra, o cosa del genere, senza ricorrere al petrolio, che, invece, è l’arma con cui il capitalismo, di stampo americano, domina il mondo e che pertanto farebbe di tutto per impedire l’attuazione di una simile rivoluzione tecnico-scientifica, che nelle intenzioni dei suoi cospiratori, ex nazisti o ex comunisti che siano, essendo tale impresa a beneficio di tutta l’umanità, sarebbe al contempo una rivincita sul comune nemico, il capitalismo, e al tempio stesso un riscatto, un’espiazione e una redenzione: lo scontare il male attraverso il bene. A meno che non si tratti, ed ecco qui, un altro interrogativo inquietante, che l’autrice lascia trapelare, di una ripresa del progetto infernale del dominio totalitario del mondo anche in era da democrazia data per acquisita e consolidata.

Evento, che per di più dovrebbe verificarsi passando attraverso l’eventuale cointeressenza della Sana Sede, che in questo modo viene designata, dal romanzo stesso, come “sede” di una commistione inestricabile tra bene e male e tra male e bene. Orbene, questa formula della possibile commistione tra il bene e il male e tra il male e il bene, è cosa talmente abnorme da essere impossibile perché non è reale. Il romanzo, infatti, conclude tutto riducendo tutto a un nulla di fatto. Come per dire: tutto ciò non è accaduto perché non poteva accadere. Ma intanto l’autrice ha insinuato lo stesso il fatto che ciò potrebbe comunque essere pensato come se, da qualche parte, si stesse tentando di farlo accadere, anzi riaccadere.

E qui, potrei anche fermarmi, perché avrei detto del punto su cui intendevo dire quello che intendevo dire, ma per l’esigenza di un minimo di completezza aggiuntiva, per concludere meno bruscamente, rientro un po’ nella trama; e anche questa volta in forma di domanda: perché l’architetto romano Manlio Sallusti, però declassato a restauratore (restauratore, infatti, proprio del sarcofago in questione), quindi tutt’altro che un ingegno da progetti immani, viene coinvolto in questa storia molto più grande di lui? Lui che in fondo è un intellettuale sensibile e competente, certo, tuttavia niente di più che un buon uomo di stampo del tutto comune?

Vi è coinvolto, per una serie di circostanze. Innanzi tutto perché gli è capitato di avere per moglie Lucilla, pupilla del principe ascetico e austero della nobiltà papalina, di cui si diceva. La quale Lucilla, però, in quanto a emotività e a umanità sembra essere l’ectoplasma, come si dice proprio a Roma, della Commare Secca. Sarebbe lei la dark lady di tutta questa storia oscura. Una donna a suo modo terribile nel suo “oscurantismo” praticato da lei in modo esemplare, la quale, tuttavia, occultamente sa far uso della propria frigidità corporale, da donna ligia ai rigorismi di chiesa, attraverso la pratica di un erotismo da misticismo puramente, anzi impuramente, del tutto parlato, assieme al vecchio e repellente fratello del principe. Questo fratello è un alto prelato del Vaticano, personaggio da “sotterranei del Vaticano” all’André Gide, si direbbe, se si volesse nobilitarlo (ma non è questo il suo caso): in realtà egli è l’eminenza nera di tutta questa storia nera. Sicché si può ben capire che l’onesto e negletto architetto Manlio Sallusti ne sia per conseguenza un suo succube.

Tuttavia Manlio Sallusti, in questa storia vi si trova anche perché (sua unica fortuna) ha per amante Marina, una ragazza ebrea, segretaria del principe, il quale principe, forse, è il vero capostipite di tutta quanta questa storia dalle coincidenze sinistre e contorte. Ed è per contorsione d’amore nei confronti di Manlio che l’ingenua Marina sottrae dalla cassaforte del principe, suo datore di lavoro, parte di quei documenti occulti che i nazisti, in tempo di guerra, avevano affidato al principe cattolicissimo, eccetera eccetera.

Ma soprattutto l’architetto Manlio Sallusti si trova coinvolto in questa storia perché è un architetto. Ed è proprio facendo il punto su questa sua qualifica d’architetto che siamo al “quanto” del significato culturale, nobile, del libro, tutto incentrato, come si diceva, sulla presenza, persistenza e incombenza, nella nostra epoca, apparentemente tutta razionale e positiva, dell’esoterismo e dell’occultismo diffuso e pervasivo in ogni dove: nella religione, nella cultura, nella politica, nella vita, e perfino nella scienza. Ed è proprio questo che il libro intende comunicare, o, per meglio dire, svelare.

Manlio Sallusti è implicato nella storia perché è un architetto, come lo era Albert Speer. E l’architettura, si sa, è la disciplina culturale e cultuale massonica per eccellenza: si starebbe per dire anche più misteriosofica della stessa alchimia. E per di più, sempre connessa con la politica e al tempo stesso con la religione. Per gli architetti, Dio è soprattutto il Grande Architetto dell’Universo. E’ quindi a lui, Manlio Sallusti, come architetto, peraltro un mistico della cultura della pietra contro la cultura del cemento, che sarebbe affidato il progetto di un possibile edificio monstrum, nei penetrali del quale verrebbe dato l’avvio del progetto segreto di questa setta segreta…

E qui tralascio ogni seguito, lasciando al lettore avveduto di proseguire in esso per conto proprio... Forte, invece, sarebbe la tentazione, da parte mia, ad averne il tempo, di star qui a illustrare e a compenetrare i meandri di questa cultura occultistica, che coinvolge tutta la vicenda e tutti i luoghi del romanzo, da Berlino a Roma (il fatidico Asse che ritorna?). Ma è soprattutto Roma che nel romanzo ci viene tutta rappresentata sub specie magico-esoterica e simbolica: ogni suo monumento, ogni suo luogo, di natura o di cultura che sia, enigmatico lo è. Dalle rovine della romanità primigenia alle chiese barocche, fino alle moderne costruzioni piacentiniane. Eh già, quando si dice che tutte le architetture sono architetture di regime, di cui sono le simbologie, non si dice nient’altro che il vero. La concezione sottintesa a tutto ciò, infatti, è la seguente: tutto è sapienziale, tutto è religioso, e al tempo stesso tutto è da regime autoritario.

E allora viene da chiedersi: perché è così diffusa e incombente tanta necessità d’appartenere al mistero, all’enigmaticità e alla spiritualità che ne consegue? Initium sapientiae timor Domini, è la scritta che il Bernini, questo esoterico infelice, volle a Sant’Ivo alla Sapienza, edificio tutto allegorico e simbolico: tutto iniziatico, infatti. Non a caso gli addetti all’impresa occulta, che fa da sfondo a questa vicenda occulta, hanno trovato modo di nascondere, proprio in questa chiesa, perché vi siano meglio custoditi, segretamente, misteriosamente e magicamente, parte dei documenti del progetto millenaristico e segreto.

E dove, precisamente? Proprio nella lanterna della cupola: simbolo tra l’altro, oltre che della sapienza dello Spirito Santo, anche del Faro d’Alessandria, che a sua volta è stata nell’antichità fonte di una sapienza universale, eccetera eccetera…

Roma, 22 maggio 2014 Cesare Milanese

 

La Compagnia dei Naufraghi

 

Quei naufraghi teatranti nella Napoli bizantina, tra intrighi e battaglie

Il Mondo di Suk - 12 gennaio 2015 - Raffaele Bussi

 

Quando scese in strada non era più un fuggiasco: era di nuovo un uomo libero. Eppure, mentre s’incamminava verso il Foro, si sentì ancora un commediante: quantunque con la maschera della legge, continuava ad appartenere al Teatro. Sorrise a questo pensiero. In fondo, che cos’è la storia del mondo, se non la storia delle sue commedie e delle sue tragedie? E, come i saltimbanchi, bisogna fare i salti mortali per far coincidere le due forme, sì che si possa in qualche maniera sopravvivere.

E’ il passaggio finale de “La Compagnia dei Naufraghi”, (foto) l’ultima fatica letteraria di Maria Roccasalva che l’editore Tullio Pironti ha di recente pubblicato (pagg.392, 15 euro, il volume sarà presentato a Napoli venerdì 15 gennaio, alle 17.30, Al Blu di Prussia di via Filangieri 42 con Imma Pempinello e Francesco Durante – letture di Giuseppe Mannaiuolo). Passaggio e riflessione finali che danno l’esatta dimensione dell’opera e dell’autrice, la quale conferma la mia antica convinzione che la trama per un narratore può affondare radici anche in un contesto storico retrodatato di secoli, sempre che l’autore possegga la capacità di trasferirne contesto e azioni nel presente, proprio a dimostrazione che l’umana vicenda è intrisa di similarità di comportamenti e fondi di caffè comuni all’umanità nell’arco di due millenni e più. E’ l’interrogativo che si pone Maria Roccasalva a fine romanzo circa il concetto sulla consistenza della Storia, fatta di commedie e tragedie. Un finale dove pare riecheggiare l’assunto crociano sul senso della Storia, la quale è rappresentazione di fatti che si compiono, avvenimenti con il bene ed il male che posseggono ed il passato è lezione per il futuro a mostrare la strada maestra per non ricadere nell’errore.

Ma quale il racconto che la Roccasalva ci sottopone ne “La Compagnia dei Naufraghi” come avvenimento comune a un’umanità “teatrante” in grado lungo l’arco della sua storia di imbastire l’ennesima commedia? E’ la storia di Malarico dei Griffi, in arte Ricuccio, giovane rampollo di nobile famiglia di giureconsulti, il quale viene introdotto dal nonno presso Atanasio II, duca e vescovo della città di Napoli al fine di farlo desistere dalla sua passione per il teatro. Sullo sfondo della Napoli bizantina, tra viaggi, intrighi, battaglie, persecuzioni, minacce di roghi e incomprensioni d’ogni genere, l’avventura della Compagnia, una compagine di variegate etnie (un greco, un siriano, un arabo, un ebreo, un sannita, un libico ed una moltitudine di longobardi) s’infrange contro l’impossibilità di far vivere e affermare il teatro, nel cuore di un’Europa percorsa dalla violenza dove l’arte scenica è avversato dalla Chiesa.

Affidato il finale al lettore, due le riflessioni sulla capacità dell’autrice di rendere attuale un racconto pur ambientato secoli addietro: il travaglio del Vecchio Continente, ancora oggi in ambasce se pur per modalità e contenuti diversi, e la sorte del Teatro, che anche se non avversato, oggi non gode ottima salute. Basterebbe l’esempio italico dove dal palinsesto Rai è totalmente sparito.

Ma tornando all’autrice, nel libro “L’Enigma del sarcofago” da me recensito nel 2013 su questo portale, evidenziavo come la Roccasalva fosse profonda conoscitrice di storia ed eventi storici… abile nel descrivere la crisi interiore di personaggi che resteranno per sempre macchiati a causa delle colpe degli avi, un’introspezione intimista che la collocava in ambito non periferico tra i narratori contemporanei. Giudizio pienamente confermato, soprattutto per la capacità della scrittrice partenopea di trasferire il passato e i suoi eventi storici nella modernità.

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Il Mattino 27-01-2015

Con Roccasalva un viggio on the road in epoca bizantina

Tiziana Tricarico

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Corriere del Mezzogiorno 28-01-2015

Passione e Primati della Napoli Ducale

di Francesco Durante

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Maria Roccasalva - Espresso Napoletano | Febbraio2015

La Compagnia dei Naufraghi

Storia romanzata, fantasia e teatro

 

Luoghi, plot, autore, invitano a sperare.

Forse, oggi, però, scrivere è sempre più rifugio ed evasione. Molti dicono che si scrive molto di più di quanto si legga. E si pubblica. Certo, non molti sono gli editori degni di questo nome. A volte strane “scappatoie”, regalano al sedicente scrittore, il sogno di un mattino. E qualche relatore, presentatore, scherzandoci sopra, sostiene che “donare un’illusione” non fa male a nessuno. Mah! Per ciò che può contare, non siamo d’accordo. Forse, invece, dovremmo, oggi più che mai, essere consapevoli della realtà, bella o brutta che sia.

In una città che, intuitiva, è profondamente Donna. E, crediamo, valore aggiunto.

Luogo magico, il Blu di Prussia, ove storia, sogni, luci di artisti, dal pittore allo scultore al romanziere al poeta, guidati dai raffinati talenti di Peppe e Patrizia Mannajuolo, di Mario Pellegrino, di Imma Pempinello, di Manuela Merendino, accolgono il viaggiatore di rango che voglia fare proprie atmosfere e ispirazioni.

 

Dunque, incontri. Che spaziano e lasciano spaziare. Qualche giorno fa, Maria di Domenico Roccasalva vi ha presentato il suo ultimo libro, “La Compagnia dei naufraghi” – Tullio Pironti editore.

In copertina, Armando De Stefano “Gli uccelli di fuoco”, tempera del 2006. Uccelli, naufraghi, menestrelli di compagnie di giro? Felice scelta. Libro? Piuttosto vita e curiosità dell’autrice, per quanto si riesca a leggere tra le righe del romanzo “storico” che, scrive lei stessa, scaturì dopo “aver assistito, come inviata de ‘L’Unità’, ad un Convegno di studi sugli Ordini Mendicanti: Carmelitani, Francescani, Domenicani. Gli studiosi pervenuti da ogni parte dell’Italia e dell’Europa, lamentavano l’assoluta assenza di Napoli da quella temperie di riforme religiose e di rivolte, dal sec. XII al XIV, lacuna enorme, se si considera che il periodo bizantino a Napoli è durato sei secoli, dal 535 al 1137 (…). Ho dovuto riempire i buchi con la fantasia perché mettere insieme i frammenti sparsi è stato per me – dice Roccasalva – come costruire un puzzle”.

Introdotti dalla sobria eleganza di Imma Pempinello e condotti dalle colte incursioni storico-letterarie a 360° di Francesco Durante, se per storia s’intende il “naufragio” e l’approdo, ieri, oggi, domani.

Si legge nel piego di copertina, “scritto come la sceneggiatura di un film d’avventura e intessuto di riflessioni pregnanti – come quelle sul conflitto di potere e libertà individuale – il romanzo è un continuo alternarsi di situazioni ora tragiche ora comiche. E’l’arte del teatro che salta dalle piazze ai palcoscenici e s’insinua nella vita di tutti i giorni”. Anche dei nostri. Sullo sfondo della Napoli bizantina, infatti, il protagonista, funambolo di possibilità, Malarico dei Griffi, in arte Ricuccio, rampollo di una nobile famiglia di giureconsulti, attraversa la vita seguendo la sua passione, il teatro.

E gradevolissime sono state le letture recitate di tre giovani, bravissimi attori, ognuno, è possibile, una parte dei tanti “Ricucci” del mondo. Oggi come ieri.

Maria Roccasalva, nata in Palazzo Serra di Cassano, quando “tutti i cortili di quella strada – dice – quasi metafisici, esercitarono su di me, fin da bambina, un fascino struggente ma ancora vago. (…). L’Istituto d’Arte della Solitaria, una passione furibonda (…). Però mia madre mi ‘consigliò’ d’intraprendere gli studi classici, ma io continuai a perseguire la mia passione”.

Infatti, pur sposata giovanissima con Pippo Roccasalva, ingegnere siciliano, quattro figli e la perdita del quinto nel 1969, cominciò e continuò a scolpire splendide figure, soprattutto neoclassiche. “Frequentando la bottega del ‘plasticatore’ dell’Accademia, il vecchio De Martino (…). Ma avevo bisogno di conferme, andando dal più ‘terribile’, Paolo Ricci, che mi disse, ‘Hai talento, continua’. Che da un incontro ‘estorto’ diventò il mio consigliere. Io, autodidatta. Sino alla mia tesina – intanto mi ero iscritta a Sociologia – sulla ‘Psicologia della percezione’. Paolo, critico d’arte de ‘L’Unità’ mi disse di portarla al giornale. Fu pubblicata. Sino al 1983 fui sua vice. Poi titolare, anche di ‘Paese sera’.”

Quando la scultura diventò “pesante”, per la forza fisica ridotta, Roccasalva alterna i romanzi – sono ormai circa dieci – ai grandi quadri “dell’assenza, dei vuoti”. Poi il periodo del femminismo, simboli e ritorni alla filosofia greca, quasi un cammino parallelo alle grandi lastre di marmo.

Mostre di ogni tipo e ovunque, sino ai Templi, ai Totem, ove “le parole, ad ogni posizione cambiavano di significato, sino a raccontarmi le favole, per me sola”. Sino alla bellissima ‘Mnemosine’, bronzo del 1972. Ed ecco la libertà, “libera dalla scrittura obbligata”, ecco i romanzi, da quelli storici ai thriller. Che, spesso, ci fanno ascoltare i colpi di scalpello.

“Attraversando – racconta Durante – momenti topici. Nell’XI secolo nascono il volgare italiano e la Scuola Medica salernitana, primo esempio di cooperazione socio-scientifica. Dunque, se Roccasalva non è una storica di professione, arditamente si è immaginata una compagnia di teatranti, allora inesistente. Naufraghi? (ndr). Autrice, napoletana non pentita che sostiene le ragioni di una città, quelle ragioni taciute per sei secoli. Nel libro c’è di tutto: romanzo storico in senso alto, quello che ha continuamente il desiderio di farci capire. Libro originale, coraggioso, di epopea”.

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Convenzionali Wordpress 27-04-2015

Vediamo un po..... libri

di Gabriele Ottaviani

 

L’arabo, il petto in fuori e la testa alta, si sentiva orgoglioso. Non era un’idea malvagia combattere con i metodi incruenti degli infedeli. In fin dei conti, a loro non interessava che il bottino, che spesso era povero di roba quanto copioso di morti ammazzati, che non valevano niente.

La  progressiva diminuzione di prosperità, floridezza, forza, autorità e simili, in una persona, in un popolo, in un’istituzione, in una civiltà: questo è la decadenza. E di questo parla Maria Roccasalva nel suo romanzo La compagnia dei naufraghi, edito da Tullio Pironti. Il mondo classico ormai è ben lontano dallo splendore che ha riempito i libri di storia, e sta cedendo il passo all’epoca che poi altri chiameranno medioevo, dandole i connotati di una transizione oscura prima di un nuovo risveglio. Sullo sfondo di una Napoli bizantina che somiglia a un fiore che ha perduto la primigenia freschezza, un nobile rampollo, Malarico dei Griffi, in arte Ricuccio, viene introdotto dal nonno, già consigliere dei Sergi, famiglia d’altissimo rango, nella corte di Atanasio II, duca e vescovo della città, al fine di farlo desistere dalla sua passione per il teatro. Ma, come sempre accade, si può fuggire da tutto e tutti tranne che da sé. E non si può imporre nulla a nessuno. Personaggi caratterizzati con vivacità non comune costituiscono il coro di un testo che funziona, convince e appassiona.